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Presentazione

Pubblicazioni
INTERVISTE

 

In questa sezione vengono pubblicati, in ordine logico e/o cronologico, interviste a Renato Del Ponte e Sandro Consolato o loro testi apparsi su riviste e siti internet non riconducibili allo stesso MTR.



«LA CITTADELLA»

VENT'ANNI AL SERVIZIO DEL "MITO" DI ROMA

Vent'anni fa, il 1º marzo 1984, usciva a Messina il primo numero (lo 0 per l'esattezza), de "La Cittadella", trimestrale di studi storici e tradizionali. Fatto "in casa", con macchina da scrivere, poi computer, carta, forbici, colla e fotocopiatrice, il periodico era stato ideato, e fu diretto fino al n. 59/60 del 1999, da Salvatore Ruta (n. 1923 - m. 2002), singolare figura della cultura di destra e del tradizionalismo italiano: "resistente" del Sud contro gli alleati e internato nel campo di Padula, tra i fondatori a Messina del MSI e poi di Ordine Nuovo, direttore con Giovanni Allegra de "Il Ghibellino", in rapporti personali con Julius Evola e Attilio Mordini, partecipe dell'esperienza del gruppo magico dei Dioscuri, tra i fondatori agli albori degli anni '90 del Movimento Tradizionale Romano (niente a che fare con un omonimo gruppo politico di molti anni fa). Chi scrive ha letteralmente "ereditato" da Ruta "La Cittadella", che, grazie alle romane Edizioni del Graal di Serafino Di Luia, dal 2001 esce in una fortunata nuova serie, che giunge ora al 14º/15º numero.

Che cos'è "La Cittadella"? Il suo sottotitolo la dice "Rivista trimestrale del Movimento Tradizionale Romano" (MTR), che è un movimento oggi guidato, ma è più giusto dire "amorevolmente curato", da Renato del Ponte, Roberto Incardona, Daniele Liotta e, pure, da chi scrive. Il prof. Piero Di Vona di recente (Risguardo V, Libreria Ar, Salerno 2004, p. 40) ha ritenuto di poter indicare il MTR come uno dei frutti postumi dell'evoliano Imperialismo pagano del 1928. E in effetti il Movimento, come la rivista, opera per ridare un legittimo volto e una legittima presenza nell'Italia e nell'Europa di oggi alla spiritualità e alla cultura del "paganesimo" romano-italico. Qui si è lontani dall'atmosfera dei molteplici "nuovi culti" di questa nostra epoca. "La Cittadella" sceglie di dirsi "pagana" perché la cultura occidentale dà ormai storicamente tale aggettivo a tutta la civiltà precristiana, e in particolare a quella ellenico-romana. Come già fece Giuliano Imperatore, si tratta di rendere esplicita l'inscindibilità di tutte le forme culturali del nostro mondo antico, dalla letteratura all'arte e alla filosofia, dalla religiosità "pagana". Quindi di cogliere nella storia dell'Occidente, e dell'Italia in primo luogo, la "lunga durata" della spiritualità e della cultura precristiana, in primis quella romano-italica Ciò mostrando anche come quello spazio vuoto che lo stesso Evola credeva di vedere tra l'antica Roma e il recupero del simbolo romano durante il fascismo, in realtà è pieno di uomini, simboli, riti, azioni nei domini della politica, del pensiero, delle arti, che testimoniano una presenza mai interrotta, grazie soprattutto al riaffiorare di tempo in tempo di una pietas capace di farsi rito, del "mito di Roma" nel nostro Paese: un "mito" irrinunciabile per ogni più alta prospettiva, anche politica, dell'Italia e dell'Europa.

Per partecipare all'avventura de "La Cittadella", che ha un suo sviluppo anche su internet (il sito è www.lacittadella-mtr.com), non è necessario far parte del MTR, né dirsi necessariamente "pagani", e così in essa sono ormai coinvolti parecchi nomi, più e meno noti, della cultura tradizionale italiana, ma anche della cultura accademica. Un elenco di tutti coloro che hanno scritto sulla rivista (oltre i già citati responsabili del MTR) può esser significativo: Michela Alessandroni, Marco Allasia, Alberto C. Ambesi, Stefano Arcella, Giandomenico Casalino, Nuccio D'Anna, Alfonso De Filippi, Piero Di Vona, Gennaro D'Uva, Mario Giannitrapani, Andrea Marcigliano, Oscar A. Marino, Mario E. Migliori, Aldo A. Mola, Luigi Moretti, Alfonso Piscitelli, Pio Filippani Ronconi. Credo sia la prima volta, nell'Italia del dopoguerra, che a un discorso su Roma e sul paganesimo viene riconosciuta una piena dignità culturale, così che i nostri numeri escono incontrando la simpatia e l'incoraggiamento, e a volte perfino la collaborazione esplicita, di personalità certamente anticonformiste ma di incontestato rilievo nell'ambito della stessa cultura ufficiale. Ho già fatto i nomi dell'orientalista Pio Filippani-Ronconi, del filosofo Piero Di Vona e dello storico Aldo A. Mola, ma devo aggiungere tra coloro che ci leggono il prof. Pierangelo Catalano, autorità nel campo del Diritto Romano e patrocinatore dei convegni internazionali Da Roma alla Terza Roma, il filosofo Stefano Zecchi, poeti come Giuseppe Conte e Rosita Copioli. Già la vecchia serie era letta da Alain de Benoist.

Particolarmente significative, nella rivista, sono due rubriche fisse: Auctores, dove vengono presentati brani di autori classici (latini, raramente greci) con l'occhio rivolto sempre a tematiche religiose o politico-sociali di interesse attuale, e Pagine ritrovate, ripescaggio di pagine inusuali, ma profondamente legate ai nostri temi, di autori, italiani e non, dal Medioevo ai nostri giorni (tra i moderni Henry James, Papini, D'Annunzio, Pavese). Si è poi iniziata la riscoperta, con relativa pubblicazione degli scritti, di figure di fine Ottocento-inizio Novecento, come l'antichista Ersilia Caetani Lovatelli. Il resto della rivista è stato occupato da saggi a carattere metafisico, esoterico, religioso, cultuale, archeologico, storico, letterario, politico-sociale tanto seri quanto volutamente accessibili a un pubblico il più vasto possibile, che comprende professori universitari come operai.

Il 2004 lo abbiamo iniziato con un n., il 13, monografico su Roma e l'Oriente, che ha riproposto anche scritti obliati (del 1933-34) di Mussolini ed Evola; ma il massimo impegno lo ha richiesto la preparazione del n. doppio 14/16 dedicato a Julius Evola nel trentennale della morte. Non si tratta del solito omaggio di rito ad una figura fondamentale un po' per tutta l'area della nostra cultura, ma di un lavoro apportatore di autentiche novità: in primis il testo assolutamente inedito di un lungo colloquio, registrato su nastro, avuto con Evola nel 1971 dal messinese Attilio Spadaro, e che il prof. Di Vona ha adeguatamente commentato. Il prof. Aldo A. Mola ha preso lo spunto da un dimenticato articolo di Evola sulla dimensione esoterico-guerriera dei Savoia per sfatare l'idea, erronea ma diffusa, di un Evola anti-sabaudo. Gennaro D'Uva ha compiuto uno degli studi più importanti finora apparsi, e forse il più originale, sull'operato evoliano nella vita spirituale, politica e culturale dell'Italia contemporanea. Io ho approfittato del sessantesimo anniversario dell'assassinio di Gentile per "pacificare" il giudizio evoliano sul padre dell'attualismo. Roberto Incardona ha sottolineato le costanti "giulianee" del pensiero evoliano. Alfonso Piscitelli ha riguardato il "mito solare" di Rivolta contro il mondo moderno. Luigi Moretti ha tracciato il profilo astrologico di Evola. Oscar A. Marino ha raccontato la vera storia della "edizione pirata" di Imperialismo pagano del 1968 e Renato del Ponte quella del Centro Studi Evoliani. In più sono stati ripubblicati e annotati capitoli "perduti" di prime edizioni di libri di Evola e un'appendice di documenti. Un numero "storico", dunque, che è anche un riconoscimento di quelle lontane radici che, dicevo all'inizio, il prof. Di Vona ha voluto assegnarci in sede di indagine storiografica.

Sandro Consolato

[articolo apparso su "Letteratura-Tradizione", a. VII, nº 29, luglio-agosto 2004, p. 28]

Avvertenza: questo articolo fu consegnato alla Direzione di "L-T" quando ancora non erano pervenuti alla Direzione de "La Cittadella" tutti i contributi per lo speciale Julius Evola trent'anni dopo, che si credeva, tra l'altro, potesse essere un nº doppio, e non triplo come poi è stato. La collaborazione, indicata nell'articolo, del prof. Aldo A. Mola, data per certa, non si è in realtà avuta, per sopravvenuti impegni del noto storico.


INTERVISTA CON IL PROF. RENATO DEL PONTE (1987)

Prof. Del Ponte, lei è tra i più importanti studiosi di J. Evola. Per coloro che si accostano per la prima volta a lui quali libri consiglia per interpretarne nell'essenza il pensiero?

La risposta dovrebbe essere adeguata al diverso tipo di persona che intenda avvicinarsi all'opera evoliana: bisognerebbe cioè conoscere la prevalenza dei suoi interessi, orientamenti ideali, spirituali, politici ed in base a ciò attingere alla vasta mole degli scritti del Maestro, che sono in grado di soddisfare diverse esigenze. Dovendo necessariamente fornire una risposta, consiglierei di iniziare con alcune raccolte di scritti vari, ma significativi: in primo luogo quelli de L'arco e la clava, poi della recente silloge Oriente e Occidente. Dopodiché sarebbe forse possibile cominciare la lettura del ben più impegnativo Rivolta contro il mondo moderno. In chi prevalgono interessi etico-politici, prima Orientamenti ed Etica aria, poi Gli uomini e le rovine.

Evola scrisse un libro che scosse l'ambiente clerico-borghese il quale cercava (e storicamente vi riuscì) di svuotare, imbrigliare, annullare il fascismo. Il libro si intitolava Imperialismo pagano (1928), oggi disponinibile per le edizioni di AR. Ci esprima un parere su tale opera.


Nonostante il parere contrario dello stesso autore, ribadito anche nei suoi ultimi anni, ritengo tale libro indispensabile, certamente tra i più appassionati ed intimamente vissuti del Maestro, fra le opere di anteguerra. Naturalmente tale giudizio va "storicizzato", inquadrando l'opera, il suo autore e le polemiche che accompagnarono esso nel peculiare momento storico che precedette il cosiddetto Concordato. In tal senso, come ho avuto modo di scrivere recentemente (nel Movimento tradizionalista romano nel '900, Scandiano 1987, p. 40), Imperialismo pagano fu l'ultimo, deciso, inequivocabile e tragico appello affinché il fascismo, come si esprimeva Evola, "cominciasse ad assumere la romanità INTEGRALMENTE e a permearne tutta la coscienza nazionale". Oggi come oggi, sarebbe inutile sottolinearlo, pur mantenendo inmutata la carica ideale ed i punti di riferimento da cui Evola era partito scrivendo quell'opera, il tono, il linguaggio, lo stile stesso adoperati andrebbero senz'altro abbandonati. Non è con la violenza o l'irruenza delle parole o dell'espressione che si possono affrontare le battaglie, ma semmai con la violenza o, meglio, la FORZA delle idee veramente rivoluzionarie, espresse anche in forma semplice, ma formalmente corretta. Chi deve intendere, intenda.

Quindi lei, mi par di capire, stabilisce una relazione tra forma di linguaggio e contenuti delle idee espressehellip;

Certamente. Prenda un pof ad esempio il linguaggio ("neo destrese" mi piace chiamarlo) della cosiddetta "nuova destra" italiana o, per meglio dire, del suo esponente superstite Marco Tarchi. Confesso che, per quanto io sia docente di italiano, non riesco ad andare a fondo ai suoi scritti, nonché capirli. Mia insufficienza culturale, o forse non sarà che, come nel caso del vecchio "sinistrese" degli antichi contestatori miei coetanei o del sindacalese e politichese degli attuali partiti e sindacati, dietro un fiume di parole insignificanti si nasconde un enorme vuoto? Vuoto di idee sicuramente, ma ancor più vuoto spirituale? Ciò non è certo il caso per la maggior parte delle opere di Evola, in cui la chiarezza del linguaggio si sposa alla profondità e necessità rivoluzionaria delle sue (e nostre) idee. Ha scritto Adriano Romualdi: "In effetti, un'attenta lettura di Evola schiude una comprensione anche estetica di quelle tonalità limpide, acerbe, omeriche, che sono proprie del primordiale e dell 'originario" (J. Evola, L'uomo e l'opera, III ed., Roma 1979, pp. 91-92).

Ho notato che ha usato più volte il termine "rivoluzionario". Vuole spiegarci che cosa significa per lei?

Significa, né più né meno, che cercare di tornare il più vicino possibile alle condizioni spirituali dell'umanità primordiale. Il termine deriva infatti dal latino "revolvere", e "volgere indietro". Quale rivoluzione più grande può immaginarsi di quella di abbattere dalle fondamenta il mondo moderno, la sua civiltà materiale e tecnicistica, la sua mentalità profana e mortificante, onde ristabilire un ordine spirituale "nuovo" proprio perché antico? E' chiaro che per un compito del genere, attualmente solo immaginabile a tavolino, sarebbe necessario distruggere prima dentro di noi tutte le scorie d'ordine interiore che le generazioni degli ultimi secoli hanno accumulato, poi non scendere ad alcun compromesso con il mondo che ci circonda, ma "domarlo" e poi eliminarlo: è l'insegnamento evoliano di cavalcare la tigre, un libro che peraltro pochi hanno compreso nella sua reale portata.

Quella che si chiama "destra radicale" in Italia, ha per lei tale valenza rivoluzionaria?

Direi proprio di no. Del resto, basta scorrere le loro pubblicazioni od anche passare in rassegna le gesta del suo recente passato. Ancora una volta (e mi scuso se posso apparire pedante, ma non si tratta certo di una deformazione professionale) son costretto a tornare al latino: "radicale" vuol dire essere legati alle radici, "a radicibus". In tal senso vera "destra radicale" è la cosiddetta "destra tradizionale", la quale propugna il ritorno alle radici che, nel caso del nostro popolo, sono quelle legate alle origini italiche e romane.

Islam e cristianesimo. Nell'attuale "destra" vi è una infatuazione, specie per il primo. Queste due religioni sono conciliabili per chi si riallacci, per propria ammissione, alla spiritualità indoeuropea?

Sia islamismo che cristianesimo sono religioni universalistiche e "rivelate" una volta per tutte, con la pretesa quindi di rivolgersi a tutti i "credenti". Nulla di strano, quindi, che nel corso della loro millenaria opera di proselitismo si siano rivolte anche ai popoli di tradizione indoeuropea e, soprattutto nel caso del cristianesimo, anche appropriandosi di determinati suoi simboli e contenuti. Ma lei pone una domanda precisa: chi si richiama alla spiritualità indoeuropea (ma bisognerebbe chiarire meglio tale espressione…) può essere cristiano o islamico? Dipende… dico io. Chi si richiami solo genericamente, sentimentalmente a questa poco definita "spiritualità indoeuropea", può essere quello che vuole: cioè niente in concreto, visto che affronta le cose solo in superficie. Chi invece voglia andar oltre la semplice esteriorità, le parole, ma prima studiare a fondo e poi vivere le tradizioni delle singole genti donde traggono linfa le proprie radici (chi avrà fatto, cioè, dentro di sé quell'operazione radicale di cui prima si diceva), dovrà per forza di cose allontanarsi da quelle che, più che vie religiose, io considero stati mentali alieni che malamente hanno allignato nell'orticello spirituale europeo. Però il discorso è alquanto diverso (anche se a lei forse non sembra) per quanto concerne l'Islam ed il cristianesimo: c'è una grande differenza. Mentre ribadisco in maniera che non potrebbe essere più chiara che l'Islam è in tutto e per tutto qualcosa di assolutamente estraneo al corpo indoeuropeo (con buona pace per certa fasulla "destra radicale"…), non solo per ragioni spirituali, ma anche storiche, il cristianesimo vi ha inserito delle radici talmente profonde che non è minimamente pensabile, allo stato attuale, sostituirvi come niente fosse le precedenti forme spirituali. Ciò comporterebbe problemi della portata incalcolabile ed enormi responsabilità. Non è che non si debba far nulla in questo senso: ed è qui che si giustifica la nostra azione. Ma, come ho detto altrove, questo è un discorso riservato per ora a ristrette élites suscettibili naturalmente ad aprirsi ad ambiti più vasti se le condizioni lo permetteranno.

Ho constatato concreti segni, in Italia, per ripristinare il pubblico culto degli Dèi ellenico-romani. La Costituzione della Repubblica Italiana, negli articoli 3, 8, 19, 21, giuridicamente giustificherebbe questi legittimi aneliti. Che giudizio dà?

Mi sembra di aver implicitamente già risposto poco prima. ma forse lei, ponendo questa domanda, non si rende ben conto della portata e delle contraddizioni che vi sono insite. Intanto lasci perdere la dizione "ellenico-romana": sarebbe stato più esatto dire "italico-romani", visto che siamo in Italia. Per ripristinare un pubblico culto degli Dèi sarebbe necessario che lo Stato italiano fosse, né più né meno, che uno Stato tradizionale fondato su princìpi richiamatisi alla Tradizione primordiale, con esponenti politici e religiosi legittimi, in possesso degli strumenti necessari a mantenere il contatto col Sacro originario. A Roma, badi bene, culto pubblico equivale a culto dello Stato, ovvero mantenuto a cura e per l'interesse dello Stato. Ciò non avviene più dal 382 dell'era cristiana… Ma ciò che lei invece voleva forse chiederete è se fossero possibili culti rivolti agli Dèi della stirpe, permessi (tollerati) dallo Stato attuale. Ciò in teoria sarebbe possibile in virtù dell'art. 19 da lei citato. Ma, a mio parere, ciò non è attuabile, oggi come oggi, per molti motivi, alcuni dei quali assai complessi e che naturalmente non posso qui esporre: diciamo che è prematuro. L'unica cosa che invece ritengo possibile oggi è una forma di culto privato riservato a singoli individui o gruppi ristretti, quelli che in altra occasione ho chiamato "comunità di destino". Ma anche tutto ciò detesta l'improvvisazione o il pressappochismo, che invece credo contraddistinguano certe estemporanee e pericolose manifestazioni di cui si è potuto leggere nei giornali.

Magia ed astrologia, due colonne sulle quali si basa l'irrazionalismo e di riflesso una certa cultura di "destra". Il cristianesimo le condanna drasticamente: "non dovete cercare presagi e non dovete praticare la magia", così la Bibbia nel Levitico, 19, 26, le condanna entrambe. Che quadro offrono oggi, in piena Età del Ferro, queste due discipline esoteriche?

Forse voleva dire l'ebraismo più che il cristianesimo. Ci furono molti cristiani astrologi e pure maghi, anche fior di santi: citerò sant'Alberto Magno, maestro di san Tommaso. Ma non bisogna generalizzare, sia nelle condanne, che pure ci furono e non solo in campo cristiano (anche presso i romani le pratiche magiche vennero spesso condannate in leggi ufficiali), sia nell'eccessiva e superficiale valutazione di tali discipline. Ritengo che l'astrologia in passato sia stata una disciplina tradizionale autentica, ma scarsamente accessibile ed oggi non più seriamente applicabile da nessuno: lasciamo quindi alle donne l'astrologia, cui pare congeniale nelle sue attuali forme effimere e mondanizzate. In quanto alla cosiddetta Magia, il discorso può essere diverso e peraltro molto complesso. Mi limito a rimandare chi fosse seriamente interessato alle sue tematiche ai tre volumi curati da Evola ed intitolati Introduzione alla Magia (ed. Mediterranee). Chi vorrà potrà trovarvi sicuri riferimenti. Tuttavia, in ogni modo, consiglio personalmente la gente di non avvicinarsi al mondo del paranormale, dal momento che troppo frequente è l'atteggiamento superficiale di pura curiosità o il fraintendimento di ciò che si può incontrare o ottenere. Tutto ciò rappresenta un serio pericolo, psichico e fisico, per gli incauti che amano scherzare col fuoco.

Che cosa pensa del MSI?

Un'occasione mancata, peccato… E sarebbe sufficiente non dire altro, ma per non deluderla aggiungerò ancora che purtroppo sono molto pessimista sul suo futuro immediato. Certi nodi dovranno inesorabilmente venire al pettine: l'inefficienza e l'insipienza si pagano prima o poi. La questione non è che il MSI - come si sente dire da diversi personaggi all'interno del partito - "non è cresciuto al passo con la società", cosa ridicola e risibile, visto quel che è oggi la società italiana, ma che il MSI non è stato – forse mai! – un vero partito di "destra". Ora, paradossalmente, avrebbe potuto non solo salvarsi, ma realmente progredire nella società alternativa nazionale (poiché una destra in Italia può essere solo alternativa al sistema, o non essere) se avesse fatto proprie quelle tematiche (che sono di destra ripeto) sia pure in modo confuso, vanno assumendo [l'intervista nella trascrizione deve aver subito qui una involontaria mutilazione e/o alterazione – nota de "La Cittadella"]. Mi limiterò a citare la lotta per la difesa della natura e dell'ambiente e a tutto ciò che è nucleare, il rifiuto di tutto ciò che è americanismo e mentalità tecnicistica, la valorizzazione, sincera, dei valori dello spirito religioso, che non coincidono necessariamente con le mai sopite velleità egemoniche dell'onnipotente chiesa cattolica.

Può anticiparci qualcosa sui lavori che ha in preparazione?

Nel campo degli studi evoliani per la SeaR di Scandiano è prevista la prossima creazione di una collana specifica che pubblicherà sia testi di specialisti su aspetti peculiari del pensiero evoliano, sia a mia cura, nuovi testi e scritti evoliani. E' prevista una raccolta comprendente i saggi critici e le recensioni, un epistolario, nonché (finalmente, perché era attesa da lustri) la raccolta completa di tutti gli scritti del "Diorama Filosofico", in almeno sei volumi che usciranno poco alla volta. Nella collana "Mnemosyne" della stessa casa editrice comparirà inoltre una mia raccolta, commentata, di Rituali pubblici e privati della tradizione romana. Per le Ecig di Genova, infine, un mio saggio su i Liguri e più in là, una scelta commentata di brani delle Nozze di Mercurio e Filologia di Marziano Capella (V secolo), che forse rappresenta l'ultimo testo della paganità classica. Tutto questo lavorò sarà inframezzato da una serie di conferenze e presentazioni di libri soprattutto nell'Italia del Nord.

STENO LAMONICA

[Intervista apparsa su «Avanguardia», a. V (1987), n‹ 32/33, pp.27-31]


Storici italiani

"QUELL'ANTICA SOCIETA' SIAMO NOI"

Intervista a Renato Del Ponte di Mario Bernardi Guardi

Il mondo spirituale dei romani e i significati che attribuivano alla religione

GIANO bifronte (Janus), dio solare, appartiene, insieme a Vesta, protettrice del focolare domestico, agli strati più profondi della religiosità romana. I sacerdoti salii lo chiamarono duonus cerus, buon creatore, e deorum deus, dio degli dei. Ovidio ritiene che sia il dio dell'anno, ianus anni deus; Orazio lo identifica col Sole e lo chiama matutinus pater; Cicerone ritiene che il nome Janus derivi da ab eundo e cioè dal continuo procedere, andare del tempo. Da Giano prese il nome il mese che apre l'anno e cioè gennaio (Ianuarius); a lui fu consacrata la porta Ianua; per primo, fu Romolo a innalzargli un tempio, dopo aver concluso la pace con i sabini: la statua era bifronte o perché indicava l'unione dei due popoli, o perché ogni porta ha due fronti, o perché il tempo volge lo sguardo alle cose passate e a quelle future. Ma talora veniva rappresentato anche con quattro fronti per significare le quattro stagioni dell'anno. Come portiere del cielo, regge nelle mani una chiave e una verga.

Viene indicato anche con l'appellativo di Patulcius, perché il suo tempio restava aperto in tempo di guerra (pateo = essere aperto) e Clusius perché veniva chiuso in tempo di pace (claudo = chiudere).

Ecco quello che uno studente liceale può apprendere intorno a Giano, consultando un dizionarietto mitologico a uso dei giovani (abbiamo scelto il Piccolo dizionario di mitologia greca e romana di Ernesto Cerotto, Edizioni SEI, perché a tutt'oggi ci sembra uno dei più adatti a fornire notizie essenziali).

Ma il mistero di Giano - questo dio che non trova riscontro in alcuna divinità greca - resta fitto, quasi impenetrabile e gli interrogativi che possono sorgere dalla curiosità dello studente, che magari incontra per la prima volta la storia e la cultura di Roma, come da quella dell'adulto che le riscopre, sono molti. Giano è il Sole, o possiede solo alcuni attributi di questa divinità? Se è dio degli dèi e ha dunque qualità sovrane, è forse pari a Giove, è re insieme a lui? O la sua regalità si manifesta in altri modi, ha un'altra sfera di azione?

È chiaro che né un dizionarietto, né un manuale di storia romana possono dare delle risposte; e nemmeno può darle la saggistica specializzata, se si arresta alle soglie del documento e della testimonianza. Così operando, la storia non può diventare altro che un vorticoso brulicare di fantasmi: il passato risulta indecifrabile perché i segni che ci invia non hanno senso nel nostro presente; la memoria di Roma appare oscura e solo battendo i tasti della retorica possiamo presentarla come qualcosa di vitale e di attualmente operante.

E allora? E allora bisogna aprirsi davvero alla storia, col piacere di chi scava in profondità e porta alla luce: come l'archeologo scopre città scomparse e quasi ne ricompone contorni e strutture, così lo storico deve impegnarsi a restituire non solo dati, ma anche significati, deve farci capire il passato in modo che davvero possiamo sentirlo nostro, al di là di ogni enfasi letteraria, celebrativa di mura, archi e scomparse glorie.

Su questa linea ci sembra si sia mosso Renato Del Ponte scrivendo "La religione dei Romani" (Rusconi, pp. 300, L. 34.000). Continuamente attingendo alle fonti primarie e cioè ai testi degli storici classici, ha esaminato una vasta bibliografia secondo un criterio interdisciplinare, ben cosciente che archeologia, epigrafia, linguistica, filologia, storia del diritto, simbologia, singolarmente prese, sono in grado di arrecare solo contributi marginali alla comprensione del passato e debbono dunque essere integrati in una visione d'insieme. Solo in questo modo dèi e miti possono tornare, al punto che Del ponte può sentirsi più che un archivista di memorie fascinose, un testimone della paganitas, ovvero uno studioso che non esita a restituire forza legittimante ai sacri paesaggi dell'antichità romana, ai riti, alle credenze dei nostri progenitori.

All'autore, studioso di storia delle religioni, di simbolismo e di storia delle idee, abbiamo fatto alcune domande sulla sua opera, che è stata selezionata per il premio Isola d'Elba nel settore della saggistica.

Qual era il significato della religione per i romani?

Religio come legame (da re-legare) è una novità dei cristiani. Se invece come sostengono autorevoli linguisti, il termine viene da re-legere ("raccogliere", "ricapitolare"), il romano che si rivolgeva agli dèi "ricapitolava" dentro di sé, interiorizzandola, la formula rituale o la preghiera, fino a sentirla forza intima.

Il tuo libro ha indubbiamente un taglio particolare, originale. Vuoi spiegare ai lettori di HISTORIA in che cosa consiste la sua caratteristica?

Ho cercato di rendere protagonisti e interpreti del mondo delineato nel libro proprio i diretti interessati, i romani, di cui spero di aver reso concreto al lettore moderno il modo di sentire e vivere il sacro. In tal senso, il mio lavoro, più che originale, vorrebbe essere originario, cioè il più aderente possibile alle fonti. In primo luogo, ho usato quelle dei classici, letti e interpretati criticamente - è ovvio - ma non in modo tale da mortificarne il messaggio (come è stato fatto quasi sempre nel passato): rafforzandone anzi le valenze con un lavoro interdisciplinare serio e aggiornato, che si avvale soprattutto delle notevoli scoperte archeologiche realizzate negli ultimi venti anni, di cui si dà ampio conto nel testo.

Ma c'è qualcosa di diverso anche nella prospettiva storica con cui affronti problematiche e vicende cruciali della religione romana.

È vero: basti pensare al rilievo che ho dato alla vicenda del 376 d.C. (ignorata da quasi tutti i manuali di storia romana), quando l'imperatore Graziano rifiutò, per la prima volta, di assumere la veste e il titolo di pontefice massimo.

Quali furono le conseguenze?

Quel rifiuto provocò un'irreparabile scissione fra autorità spirituale e potere temporale di cui si videro nei secoli seguenti i tragici effetti nel conflitto medioevale tra papato e impero.

Ma prima di Graziano vi erano stati altri imperatori cristiani.

Sì, ma nessuno di loro aveva ritenuto necessario tale gesto di irreparabile frattura.

Dimmi un altro punto qualificante del tuo studio.

È nel capitolo dedicato all'Arca di Numa, allorché mi interrogo sul motivo per cui nel 181 a.C. il senato diede l'ordine, apparentemente assurdo, di far bruciare pubblicamente in piazza i testi rituali, venerandi e preziosi, del secondo re di Roma, Numa Pompilio. Anche questa indagine rientra nell'esame in profondità - secondo una dimensione spirituale - della storia religiosa della città.

Spiegati meglio.

Voglio dire che per me è stato logico e conseguente, per uno studio del genere, partire da dati di ordine spirituale, e non certo politico o, peggio, economico. Del resto, a Roma ogni attività, anche quella degli dèi, era in certo qual modo inquadrata nelle strutture statali, dal momento che lo stato stesso era nato con un atto di sapore giuridico-religioso.

E, a tuo avviso, con un atto del genere era destinato a chiudersi?

Proprio così, dal momento che per me la vera fine dello stato romano avviene nel 382 d.C., allorché l'imperatore Graziano decide la fine del sovvenzionamento pubblico dei culti tradizionali e la confisca dei beni dei templi e dei sacerdozi, creando per la prima volta la forma, veramente inedita per i tempi, di "stato laico". E ciò, si badi bene, con la benedizione e l'approvazione entusiasta del vescovo di Roma e di quello di Milano, che era allora sant'Ambrogio.

Per quale pubblico hai scritto il tuo libro?

Il mio non è un manuale e nemmeno un saggio accademico. E' qualcosa di meno e qualcosa di più contemporaneamente. E' rivolto a ogni persona di sufficiente cultura che sia sensibile al mondo dello spirito.

Ma ha anche uno scopo didattico?

In un certo senso, dal momento che vuole insegnare ad avvicinarsi correttamente a un mondo spirituale, quello romano, che non è stato tanto esempio di violenza o brutalità, come ci dipingono certi stereotipi duri a morire, quanto spesso di grande tolleranza e moderazione.

Puoi farmi un esempio, il primo che ti viene a mente?

Eccolo. Quinto Aurelio Simmaco, autorevole membro del senato, poteva affermare alla fine del IV secolo: "Guardiamo le medesime stelle, comune è il cielo, un medesimo universo ci racchiude: che importa con quale dottrina ciascuno ricerca la verità? Non si può giungere a così sublime segreto per mezzo di una sola via".

Oltre che storico, pubblicista, ideatore e direttore di iniziative editoriali e di una rivista di studi sapienziali (Arthos) che è durata per quasi vent'anni, tu sei professore di liceo. Bene, ti chiedo: perché la storia è ritenuta una materia ostica o antipatica nelle scuole? E' colpa degli insegnanti? La storia antica può insegnarci ancora qualcosa? Che continuità può esserci fra l'antica società descritta nel libro e quella dei nostri tempi?

Questo avviene - ma il discorso potrebbe valere per qualsiasi materia - perché spesso gli insegnanti, anche quelli preparati, sono alquanto demotivati nel loro lavoro. Le ragioni sono molte e non mi sembra sia il caso di discuterne in questa sede. Ma veniamo al concetto di storia. L'idea della magistra vitae, mi pare, è abbastanza superata: presuppone un criterio evoluzionistico oggi non più accettabile. Eugenio Montale in "Satura" ha scritto: "La storia non si fa strada, si ostina, detesta il poco a poco, non procede né recede, si sposta di binario e la sua direzione non è nell'orario". In fin dei conti, la nostra società (il famoso duemila!) è poi così lontana dalla preistoria? In realtà, pochi millenni ci separano dall'homo sapiens... L'antica società di cui parla il mio libro siamo sempre noi: solo, si è perso qualcosa per strada, il sentimento, allora vivo, di essere parte integrante di un universo che soffre e gode delle nostre stesse sensazioni. Abbiamo perso l'interconnessione tra l'uomo e le cose che lo circondano. Ecco perché l'uomo distrugge ciecamente la natura e Sergio Quinzio può oggi scrivere un'opera come "La sconfitta di Dio".

Si può dire che il tuo libro abbia anche un valore di denuncia?

"La religione dei Romani" comincia, simbolicamente (ma non troppo, visto che si tratta di una esperienza reale), con un'auto che si allontana dai palazzoni dell'estrema periferia della Roma anni Novanta e dal degrado metropolitano per giungere sino ad un angolo apparentemente incontaminato della campagna laziale: il famoso antro di Fauno di cui parla Virgilio nel VII canto dell'Eneide, una presenza geografica mitica ma che si dimostra talmente reale da costituire la vera fonte di ispirazione del mio libro.

Comunque, sin dalla prima pagina, in una nota, denuncio lo stato di estremo degrado in cui il Ministro dei Beni Culturali e Ambientali ha condannato una serie di eccezionali monumenti di interesse non solo archeologico. Mi riferisco al complesso monumentale del cosiddetto "santuario dei 13 altari" presso l'antica Lavinio (oggi Pratica di Mare) e dell'adiacente Heroon di Enea, cioè la tomba dedicata alla memoria dell'antico eroe, descritta da Dionigi di Alicarnasso.

Di che cosa si trattava? Di un "sacro spazio" per gli antichi romani?

Sì, qui venivano ogni anno i supremi magistrati dello stato romano a compiere sacrifici al momento di entrare in carica, accompagnati dai massimi sacerdoti. Tale area, dove si cominciò a scavare poco più di vent'anni fa, anziché costituire la base di un essenziale parco archeologico del Lazio primitivo, è oggi in una condizione indecorosa, soggetta alle offese del tempo e soprattutto di vandali iconoclasti alla ricerca di improbabili tesori (un altare è stato spezzato circa un anno fa). La mia denuncia - nel libro, ma anche nel corso di recenti conferenze e interviste - ha forse colto nel segno, visto che il 30 aprile di quest'anno al senato della Repubblica da un partito d'opposizione è stata presentata un'interpellanza parlamentare volta a porre rimedio allo scempio.

Dal tuo libro risulta un interesse insospettato, un'attenzione reverente, si potrebbe dire, dei romani nei confronti della natura e in particolare degli animali, di certi animali: soprattutto gli uccelli, considerati tramiti dello stesso dio supremo, Giove. Fra loro può destare curiosità la considerazione rivolta agli avvoltoi, che noi vediamo invece come simboli di malaugurio. Come mai?

Il filosofo e storico greco Plutarco, nella sua "Vita di Romolo" (il re-augure, cioè, che come augurio per la fondazione della città vide proprio dodici avvoltoi) dà la seguente spiegazione, che mi pare in linea con le più aggiornate indicazioni naturalistiche: "Perché gli avvoltoi non uccidono, né rovinano nulla che abbia vita". Questi uccelli, dunque, sono animali tutt'altro che sanguinari e hanno una preziosa funzione di spazzini ecologici. Il che, credo, è molto lontano dalle ordinarie abitudini dell'animale uomo.

Ci vuoi ricostruire in sintesi le origini attendibili della città?

Viene fondata da un contingente di Albenses, provenienti cioè dallo stanziamento di quei popoli che poi si dissero latini sui colli Albani, a est di Roma. Il loro capo, un guerriero dotato anche di forte carisma relioso, che potrebbe essere benissimo il Romolo della tradizione, non c'è motivo di rifiutarla, circoscrive mediante rituali antichi e consolidati un'area sacra attorno al monte, allora assai dirupato, del Palatino, verso la metà dell'VIII secolo a.C., in una zona già da tempo sporadicamente abitata e frequentata da popoli pastori. Rituali del genere sono stati attestati già nel 2600 a.C. alla periferia della futura città di Aosta.

Ben presto questo nucleo, subito fortificato, è in grado di esercitare una forza di attrazione irresistibile nella direzione degli altri colli e villaggi circostanti. Più tardi (siamo a metà del VI secolo) la bonifica dell'area del Foro e il complesso di edifici pubblici e sacri del Comizio sanciscono lo sviluppo monumentale di quella che è stata chiamata "la grande Roma dei Tarquinii". Tutte queste fasi e altre successive (anche quella "romulea" grazie a scavi recenti) sono state documentate archeologicamente, convalidando nella sostanza le indicazioni della tradizione annalistica.

Un'ultima domanda. Ho iniziato il mio articolo parlando di Giano, divinità romana, non rappresentata altrove, bifronte e polivalente. Chi era, cosa significava per i Romani?

Hai iniziato con un dio "iniziatore" a cui dedico varie pagine del mio libro. Rinviando a questa il lettore, mi limiterò a una citazione tratta da "La tradizione romana" di Guido De Giorgio: "Giano è il dio per eccellenza perché rappresenta il veicolo che guida agli altri dèi: ora, se questi sono simboli di forze cosmiche determinate, egli, nella sua indeterminatezza che permette ogni determinazione, deve concepirsi come il principio divino e il fondamento più profondo della tradizione romana".

MARIO BERNARDI GUARDI

[Articolo-intervista apparso sul mensile «Historia», nº 416, ottobre 1992]


AETERNITAS ROMAE

A COLLOQUIO CON SANDRO CONSOLATO, DIRETTORE DE «LA CITTADELLA»

D. - Prof. Consolato, che cosa è la Tradizione?

R. - La Tradizione, in senso assolutamente "verticale", è la totalità della Sapienza Metafisica, d'origine non-umana ma pertinente alla possibilità propria agli esseri umani di "trans-umanarsi". Questa Tradizione si "legge" nei simboli e nelle dottrine della metafisica realizzativa (pensiamo a Plotino o a Ibn Arabi), una metafisica oggetto di una "trasmissione", ovvero di una "tradizione" iniziatica, che è, di fatto, un privilegio di pochi. Quando parliamo di "Mondo della Tradizione" o, meno astrattamente, di "Mondi Tradizionali", ci riferiamo a cicli di civiltà nate e cresciute in conseguenza di ed attorno ad una esperienza "originaria" della trascendenza propria a delle figure umane avvolte nell'aura del mito, i re sacri ad es., cui si attribuisce appunto l'aver donato visibilità politica e sociale a certi archetipi, rendendo alla generalità degli uomini di una collettività la possibilità di partecipare di tali principii, gerarchicamente e mediatamente.

D. - Quali sono le idee fondanti del c. d. "Tradizionalismo Integrale" e quali le prospettive che questo contempla?

R. - Va innanzitutto chiarito che il termine "Tradizionalismo Integrale" è usato, con riferimento alla corrente intellettuale determinata nel Novecento da René Guénon, solo da Evola e da chi, come è probabilmente sia il mio caso che il vostro, ha subito un influsso prevalentemente evoliano. Guénon rifiutava, per le dottrine da lui esposte, il sostantivo "tradizionalismo" e l'aggettivo "tradizionalista", preferendo parlare sempre di "Tradizione" e "tradizionale". Oggi gli studiosi accademici che si occupano di Guénon, Evola, Schuon ecc. tendono a parlare di "perennialismo", che è termine però più in sintonia con l'insistenza di un Coomaraswamy o un Nasr sull'espressione Philosophia o Sophia Perennis. Ad ogni modo, noi parliamo pure di Tradizionalismo Integrale, per due ragioni: 1) siamo di fronte ad un -ismo, malgrado l'avvertimento contrario di Guénon, poiché questi autori rappresentano di fatto una corrente filosofico-esoterica del Novecento; 2) sia che individualmente appartengano ad una Tradizione determinata, come ad es. l'Islam, sia che non vi appartengano, i "tradizionalisti integrali" fondano generalmente il loro insegnamento non su una Tradizione storica ma su ciò che, come notava Evola parlando matematicamente di "passaggio all'integrale", nelle singole Tradizioni si paleserebbe come "supertradizionale", ovvero riferibile alla Tradizione senza aggettivi, o Primordiale (di fatto a-storica perché propria ad un tempo e ad un uomo che non sono quelli storici). Quanto alle idee fondanti del Tradizionalismo Integrale, mi limito qui all'idea cardine, che è quella dell'"unità trascendente delle religioni", espressione questa di Schuon, da Evola corretta opportunamente sostituendo "delle tradizioni" a "delle religioni". In termini pratici le prospettive che il Tradizionalismo Integrale voleva aprire erano, nelle intenzioni di Guénon, quelle di una reciproca comprensione tra Oriente e Occidente, tramite una sorta di "ecumenismo esoterico", realizzato e garantito solo da certe élites iniziatiche, ma di cui avrebbe beneficiato tutta quella parte dell'umanità che sentiva la necessità di superare la "crisi del mondo moderno". In Evola il fine principale era quello del ritorno dell'Europa all'Impero, retto da un'élite iniziatico-guerriera.

D. - "Lei dirige "La Cittadella", trimestrale del Movimento Tradizionale Romano. Quale la storia, quali le radici del movimento e della rivista?

R. - Alle origini del MTR c'è l'associarsi federativamente, nei primi anni 80, di tre gruppi tradizionalisti che per vie autonome hanno fatto propri principii, orientamenti, riti riconducibili alla spiritualità pagana romano-italica. Uno era quello messinese di Salvatore Ruta che si esplicitava esteriormente nei bollettini di "Arx", un altro quello tosco-ligure di Renato Del Ponte che editava "Arthos", l'altro ancora quello, palermitano, del Centro Siciliano di Studi Tradizionali di Roberto Incardona. Seguirà l'intesa con altri gruppi o la creazione di nuovi in altre parti d'Italia, non senza la presenza di scissioni, negli anni 90. "La Cittadella" era nata a Messina nell'84 ed era diventata presto il laboratorio intellettuale di intese prima ideali e poi pratiche tra le personalità prima indicate. La nuova serie, da me diretta, parte solo col 2001.

D. - La vostra rivista ha sempre parlato di "Via Romana al Sacro". Potrebbe prospettarci in modo chiaro tale indirizzo?

R. - "Via Romana al Sacro" fu espressione veicolata da Salvatore Ruta. Nel suo ambiente originario esprimeva un iter realizzativo, individuale e di catena, che innestava ritualmente certe presenze numinose della Tradizione Romana entro pratiche "neutre" volte al trascendimento della condizione umana. Nel MTR designa una più fruibile pratica rituale, individuale e/o di gruppo, di culto privato legato all'antico calendario romano. Sulla legittimità di tale culto, che non è riferibile ad una via iniziatica e non richiede "trasmissioni regolari" né esoteriche né exoteriche, ma solo certe attitudini animiche e le "istruzioni" adeguate, ci siamo già espressi sulla rivista: a Roma era consentita e ampiamente praticata la libera associazione ex novo a scopi di culto.

D. - La Via Romana al Sacro ha ispirato anche l'importante gruppo (di riferimento ancora oggi) dei Dioscuri, attivo negli anni 70 in particolar modo a Roma, Napoli e Messina. Ci sono collegamenti diretti fra quella esperienza e il MTR? Se ci sono differenze, potrebbe indicarci in cosa divergono e in cosa no le due esperienze.

R. - Nell'attuale MTR non vi è alcuna persona che abbia fatto parte dei Dioscuri. Da quell'esperienza veniva Salvatore Ruta, morto nel 2002. Ma va precisato che i Dioscuri, come tali, a Messina ebbero una vita breve. Il gruppo messinese divenne presto un gruppo con una vita tutta sua, con un nome suo, di cui l'Arx di Ruta fu poi un ulteriore sviluppo. Nel MTR furono convogliate solo limitatamente alcune esperienze riconducibili a quel filone, anche perché vi era una volontà comune di dar luogo ad una religiosità sì "privata", ma comunitaria, esperibile forse più "exotericamente" ma anche meno "pericolosamente" di quanto non fosse accaduto, almeno a Messina, con i Dioscuri e le sue propaggini. Il nostro Movimento non si è mai presentato come un erede dei Dioscuri e di fatto non è corretto considerarlo tale. Questa mia affermazione ha semplicemente il valore di una precisazione storica, non di un giudizio di valore sulle due realtà.

D. - La maggiore accusa mossa alla "Idea Tradizionale" è quella di essere un mito incapacitante, che paralizza e porta all'inazione chi ad essa si rivolge...

R. - Di "mito incapacitante", come è noto, parlò all'inizio degli anni 80 Marco Tarchi. Il suo era un giudizio politico. Le correnti giovanili del MSI e poi tutti i gruppi della destra radicale italiana erano stati profondamente influenzati dal Tradizionalismo, ma la ricaduta di questa influenza sul terreno della trasformazione politica della nostra società era nulla e gli ambienti politici di cui sopra di fatto vivevano ripiegati su se stessi. La Tradizione è un mito incapacitante, sul piano politico-sociale, se viene fatta valere come un concetto astratto. Ho già detto che in sé e per sé è una nozione esoterica e filosofica, d'élite, quindi non può essere un "mito capacitante" per un popolo o per un insieme di popoli affini. Su questo piano vale solo il riferimento a delle Tradizioni storicamente determinate, che poi sono le sole "reali": vi è "rivoluzione tradizionale" unicamente se si può additare ad una comunità quei tre elementi che ho visti valorizzati nel vostro stesso materiale propagandistico, e cioè: Fuoco, Padri, Terra. Ma devono essere: la Terra in cui si è nati, i Padri i cui volti riconosciamo nelle nostre statue e negli scheletri restituiti dalla vanga degli archeologi, il Fuoco che si accende col Sole del nostro cielo e con gli arbusti del nostro suolo. Solo così il mito può funzionare. Quando Evola dice "nostra patria è l'idea" introduce purtroppo il germe del mito incapacitante. Da filosofi possiamo essere platonici, da militanti dobbiamo essere assolutamente, legionariamente romani, e portatori di una sola idea: non vi è niente al mondo "maggior di Roma". Lo dico ad alta voce: la Tradizione Romana è la più alta delle Tradizioni apparse in Occidente, non è superiore solo alle Tradizioni semitiche ma anche a quelle indouropee come la celtica, la germanica e perfino l'ellenica. E' incontestabilmente l'unica Tradizione Imperiale.

D. - Ma si parlava di "mito incapacitante" anche perché l'aderire all'idea del trovarsi nel Kali-Yuga, nell'età oscura, per molti sedicenti "tradizionalisti" si traduce in una sorta di apatia. Questi, pensando che il mondo moderno debba prima o poi distruggersi da solo, invitano ad una passiva attesa confortata, magari, da qualche lettura consolatrice. Potrebbe mettere un po' d'ordine su questo?

R. - Il Kali Yuga non è un'invenzione di Evola e Guénon. E' una realtà. Ne ho parlato anche con dei Maestri tibetani, e mi hanno spiegato che le possibilità di trasformazione della realtà attuale sono veramente poche, ma non per questo bisogna essere passivi. Del resto non bisogna neanche confondere Kali Yuga e modernità. Può darsi che il c. d. mondo moderno finisca e però si resti nel Kali Yuga. Anche Roma è sorta, si è sviluppata ed è declinata nel Kali Yuga: non so quanti ci hanno riflettuto. Su questa tematica, comunque, quanto ad attitudine esistenziale, io mi regolo seguendo questo insegnamento dello Hagakure, il "manuale" di Jocho Yamamoto, il samurai poi monaco zen del XVII secolo che tanto influì su Mishima: "Il clima di una data epoca è inalterabile. Che oggidì le condizioni vadan di continuo peggiorando è prova che siamo ormai entrati nell'ultima fase della Legge. Epperò, la stagione non può essere sempre primavera o estate, né si può sempre avere la luce diurna. Quindi è inutile tentare di rendere l'età presente simile ai bei tempi andati di cent'anni fa. Quel che importa è rendere ciascuna epoca tanto buona quanto può esserlo in accordo con la propria natura. L'errore di chi ha perpetua nostalgia degli usi e costumi di una volta è dovuto alla mancata comprensione di questo dato di fatto. D'altro canto, coloro che danno valore solo a ciò che è alla moda e detestano ogni cosa vecchio-stile sono dei superficiali". Il Kali-Yuga è una necessità cosmica, paradossalmente bisogna combatterlo e accettarlo nello stesso tempo.

D. - Restando in tema di cicli, nell'editoriale del n. 2 de "La Cittadella", nuova serie, lei sostiene che in Evola ci sarebbe un mancato sviluppo in senso propriamente romano della teoria ciclica e soprattutto del fato delle stirpi. Ci può spiegare meglio?

R. - Di tutta questa faccenda dei cicli, cosmici e storici, spero di trattare un giorno in modo chiaro ed esteso. A Roma è presente sia la dottrina dei cicli cosmici relativa alla terra intera ed al cosmo (vedi il Somnium Scipionis di Cicerone) sia una dottrina dei cicli storici dei popoli e delle città, quindi di Roma. Su quest'ultima dottrina ha scritto in modo preciso ed acuto sempre su "Cittadella", nn. 10 e 11, trattando del tema dei saecula, un nostro collaboratore, il professore D'Uva. In Evola c'è solo una considerazione delle quattro età applicata alla storia dell'umanità di questo manvantara e un tentativo di leggere ed ortopedizzare guénonianamente lo spengleriano Tramonto dell'Occidente. In Rivolta, cap. 19 della parte I, ci sono spunti che potevano portare lontano nell'indagine sul rapporto tempo-spazio-stirpe, ma che restano sul piano della dottrina astratta delle "categorie". Avesse attinto di più alla sapienza sacerdotale romana e a quella ellenico-neoplatonica, penso a Proclo in particolare, Evola avrebbe trovato la chiave per proporre a noi, indegni successori dei Romani ma pur tuttavia loro successori legittimi, motivi assai "capacitanti" riguardo al futuro, entro lo stesso Kali-Yuga. Ma qui non vorrei dire di più.

D. - Passiamo ad altro argomento. Nel suo ultimo libro Oriana Fallaci sostiene che gli europei debbano schierarsi apertamente con gli americani e difendere dalla "barbara tradizione islamica" i valori occidentali, che poi sarebbero quelli dell'ateismo diffuso, dello Stato laico, dell'economia di mercato ecc. Durante la frenesia la scrittrice, atea, evoca addirittura Cristo. A nostro parere una straordinaria coerenza. Lei che idea si è fatto?

R. - La Fallaci è una intellettuale narcisista e furba, ma a suo modo coraggiosa. Intendiamoci, non mi piace e mi rifiuto di comprare i suoi libri. Però almeno una cosa vera la dice, ed è la stessa che Evola diceva con rimprovero all'Europa del dopo '45: l'Europa è vigliacca, ha bandito ogni educazione al coraggio, pensa che attraverso il mercanteggiamento si possano salvare sempre onore e ricchezza, soprattutto quest'ultima. Tutto il resto del fallace fallacismo è stomachevole americanismo e, nei confronti dei musulmani, razzismo che, fossero stati altri a veicolarlo, sarebbero stati messi al rogo dall'inquisione liberaldemocratica: altro che aver il primo posto nella classifica dei libri venduti! Peraltro va detto che questo Islam wahabita che minaccia il mondo occidentale o addirittura il mondo intero ha poco a che vedere con la migliore Tradizione Islamica, che anzi dai wahabiti, una sorta di protestanti islamici, sarà trascinata nella completa degenerazione (e non è solo un'opinione personale, questa).

D. - Quest'anno ricorrono i trent'anni dalla morte del Barone Evola. Quale, a suo avviso, l'importanza di questo autore per la c. d. area tradizionale e, più specificamente, per la prospettiva romana seguita dal suo sodalizio?

R. - Evola, si sa, ha contato moltissimo per chiunque abbia un orientamento tradizionale o anche tradizionalistico, come è il caso di certi ambienti cattolici. Nell'Italia del secondo dopoguerra, dominata ideologicamente dal marxismo e con una cultura cattolica del tutto inadeguata a supportare una qualsiasi vocazione superiore, sia contemplativa che attiva, solo Evola ha proposto alla gioventù orientamenti spirituali superiori e idee valevoli a rendere non meramente profana la vita activa. Che poi non tutto, nel pensiero evoliano, fosse foriero di sbocchi apprezzabili sul piano comunitario (sul piano individuale è diverso), è un altro discorso. L'ho già detto: non è possibile formare comunità o instaurare Stati tradizionali in nome, come accade ne Gli uomini e le rovine, di un generico "riferimento ad una realtà e ad un ordine trascendente", ovvero alla Tradizione senza aggettivi. Tutto sommato la critica dei cattolici tradizionalisti era giusta, nel momento in cui facevano valere una Tradizione ben riconoscibile nella storia italiana ed europea; sennonché la loro, e qui aveva ragione Evola, era ed è una Tradizione che non poteva vantare alcun primato metafisico né era autenticamente occidentale, bensì semitica e antiromana. Tornando ai Dioscuri, il fatto che con essi si sia riaffacciato il riferimento alla Roma precristiana ha rappresentato senz'altro l'inizio di una correzione importante degli orientamenti evoliani post-bellici. Quanto al MTR, il rapporto con Evola dei suoi esponenti più noti è un fatto: Ruta frequentò Evola e fu con lui in corrispondenza negli anni 50-60, Del Ponte ne rese possibile i funerali alpestri ed ha contribuito grandemente a diffonderne il pensiero, io stesso ho scritto un libro, Julius Evola e il buddhismo, che forse al Barone non sarebbe dispiaciuto. Ma io ritengo che riconoscersi nella Tradizione Romana sia superiore al riconoscersi in Evola, che non può essere considerato un interprete indiscutibile della spiritualità romana. Ad Evola, venendo al trentennale, "La Cittadella" sta per dedicare un numero doppio, il 14-15, che offrirà anche qualche sorpresa.

D. - Sono sempre più rari i centri-studio in grado di assumersi l'onere di formare "direttamente e seriamente" i giovani che si avvicinano all'Idea Tradizionale. Incomincia a notare una carenza di "formazione seria" fra i più giovani? Non le sembra che internet con la sua "cultura del tutto e subito" stia giocando un brutto ruolo, soprattutto in materie così complesse come quelle Tradizionali?

D. - Ho conosciuto dei giovani che sono meglio di tanti "vecchi", ma in effetti è proprio la "formazione seria" che difetta. Il problema è quello dei rapporti generazionali. Io sono andato "a scuola" da uomini che avevano fatto la seconda guerra mondiale, da uomini che avevano fatto il 68 (visto da destra) e anche da miei coetanei, né ho finito di essere allievo di chi ne sa più di me. Oggi il giovane trova con più difficoltà delle persone con una storia significativa cui guardare come modelli e a cui chiedere lumi. E devo dire che presto, purtroppo, nessun giovane avrà più, per ovvie ragioni, la fortuna di conoscere persone nate almeno almeno negli anni 20: ciò non tanto per le qualità intellettuali, ma per quelle caratteriali. Il vostro riferimento a internet può sembrare "moralistico", ma non è così. Quando ho iniziato i miei studi tradizionali ho preso a ricercare con fatica libri e riviste, scrivevo a persone autorevoli, o anche presunte tali, mettevo da parte soldi per fare viaggi che mi permettessero di incontrarle e di stabilire contatti profondi. Oggi che ho un mio modesto nome negli stessi studi mi arrivano e-mail con cui mi si chiedono, magari senza alcuna indicazione su chi stia scrivendo, cose che io ci ho messo decenni per sapere e capire, o per avere il diritto di sapere da altri. Devo dire che, da questo punto di vista, ho apprezzato molto il vostro stile e la vostra cortesia, che mi confermano che soprattutto nel nostro Sud non si sono perse certe qualità.

D. - Ma quale sarebbe il rimedio ad una inadeguata formazione? E quali letture consiglia per i primi approcci? E soprattutto, che approccio consiglia ai più giovani?

R. - Guardate, ogni formazione puramente intellettuale, fatta attraverso la ragione dialettica, ancorché apparentemente "tradizionale" sarà sempre inadeguata. Non vi è vera vita tradizionale fuori dalla formazione del carattere, fuori dalla conquistata naturalezza di certi modi di pensare, di agire e di reagire. E per questo i libri non bastano. Poi, su questi, va detto che esiste una magia dell'incontro, spesso apparentemente casuale, con i libri veramente determinanti della nostra vita. Io potrei dare delle indicazioni, ma non le do polemicamente, perché ho trovato, per es., fastidioso il tono pedagogico e perbenistico con cui un De Turris, figura per altri versi stimabile e piena di meriti, invita a leggere i libri di Evola.

D. - Prof. Consolato, cosa pensa dei gruppi che, come il nostro, continuano la battaglia giornaliera "sul campo" e che anzi proprio nella stessa, ancorata evidentemente a certi modi e riferimenti ideali, trovano la via per uscire dalle rovine?

R. - Se io avessi una mentalità settaria, potrei evidenziare, nel vostro come in altri gruppi, gli aspetti con cui non mi trovo in completa sintonia. Ma vedo molte buone ragioni per apprezzare e accettare il dialogo con chi, come voi, non ha rinunciato alla vita activa, o al karma-marga se si preferisce. Che poi abbiate scelto di fare la vostra battaglia all'insegna del nome Romanitas nostra e di quell'Egemonikon che fu il cuore della vita e del pensiero di Marco Aurelio, ma anche l'intimo riferimento della vita di Evola, non può che ispirarmi una viva simpatia.

D. - Le possiamo strappare una promessa? Prossimamente ospite-conferenziere nella nostra sede?

R. - La vostra terra è una terra in cui la Tradizione nostra è stata più a lungo e misteriosamente viva, e se i suoi drammi e le offese che ha subito la sua nativa bellezza potrebbero far pensare il contrario, valga di contro il motto a voi caro "Più buia la notte, più luminosi i fuochi". Sarei onorato della luce e del calore della vostra fiamma.

[Intervista apparsa su «Egemonikon», a. II, nº 2, MMDCLVII a.U.c. (2004), pp. 5-8. La pubblicazione è il Bollettino interno della Comunità Tradizionale "Nostra Romanitas" di Frattamaggiore - Na]


I MAGHI ANCORA ESISTONO… SONO GENTILI

Parla Renato Del Ponte (fondatore del Centro Studi Evoliani)

Renato Del Ponte, classe 1944, professore di latino ed italiano, fondatore del Centro Studi Evoliani, autore di innumerevoli saggi sulla tradizione romano-italica (tra cui La Religione dei romani per Rusconi, Dei e Miti italici e La Città degli Dei per ECIG), profondo conoscitore e curatore dell'opera evoliana (in particolare Meditazioni delle Vette, Scritti sulla Massoneria, Fenomenologia della sovversione, Lettere 1955-1974), direttore dal 1972 della rivista di studi tradizionali "Arthos", è oggi tra i principali animatori del Movimento Tradizionale Romano.

Professor Del Ponte, la Destra italiana da tempo ha relegato il pensiero di Julius Evola a mera speculazione filosofica, dimenticandone persino l'approccio antifascista, o meglio, di critica alle visioni totalitarie del '900; di certo non una critica liberale, ma un possibile modello "neo-conservatore"?

Assolutamente sì; in Italia viviamo ancora il drammatico paradosso di uno Stato liberale d'ispirazione e d'origine bonapartistica o mussoliniana, caratterizzato da una forte e radicata volontà di controllo sulla vita dei singoli cittadini. Penso agli strali morali del Ministro Amato contro i clienti delle prostitute, o l'invasività delle leggi finanziarie e del controllo fiscale. Sono esempi di uno Stato "etico", per non dire totalitario. Ma nello stesso tempo l'Italia di oggi non possiede un saldo nucleo valoriale capace di annullare particolarismi e devianze; mi riferisco alla totale assenza di autorità, di politiche volte alla famiglia, alla gioventù, alla sicurezza. In questo senso il modello comunitario evoliano o tradizionale risulta perfettamente attuale, essendo in grado di coniugare le più vere libertà dei singoli, in qualsiasi campo, da quello religioso a quello produttivo o sessuale, ad un momento unitario prettamente valoriale. Non a caso, quella "devoluzione" o sussidiarietà che sembrerebbe idea tanto moderna, resta l'evoluzione di un modello statuale millenario.

Dunque un'attualizzazione completa del pensiero evoliano?

Bisogna fare attenzione, Evola ripropone un mondo che oggi non esiste e che spesso egli stesso si sorprese nel voler estremizzare; penso soprattutto alla sua particolare critica bachofeniana, alla stringente dicotomia tra elemento "olimpico" e "femmineo" che si ripercuote in una visione eccessivamente misogina e degradante della donna. Un'interpretazione, tra l'altro, per nulla gromanah, uno dei principali errori di Julius Evola.

Sarkozy ha rilanciato in Francia il mito unificante della Repubblica contro relativismi e fanatismi; lei che ne è uno dei massimi esponenti, potrebbe sostenere un ruolo simile per un'idea attualizzata di romanità?

Sì, in un certo qual modo. Mutatis mutandis, la laicità resta l'atteggiamento più consono per un "gentile" d'oggi, quello che si avvicina maggiormente alla profonda tolleranza del culto romano. Tuttavia la Res Publica non fu mai laica, anzi la dimensione pubblica romana era essenzialmente una dimensione religiosa capace di ricondurre ogni differenza al tutto; il laicismo nasce paradossalmente con la polemica di S. Ambrogio contro la visione tollerante di Simmaco, con la chiusura forzata del Tempio di Vesta che separa lo Stato dal culto dei padri. E' una realtà storica innegabile.

Lei si definisce: pagano, gentile, tradizionalista romano?

Tradizionalista romano e Gentile, nel senso etimologico del termine. (sorride).

Quello gentile è un movimento religioso piuttosto sviluppato in Europa; riconosciuto in Lituania, Danimarca, Islanda ed anche in Grecia. Ma in Italia?

In Italia il riconoscimento da parte dello Stato è praticamente impossibile, almeno allo stato attuale, per il pesante retaggio storico che l'Italia si trascina da circa 1600 anni, e per la presenza e possanza determinante della Chiesa e dell'entità statale che essa incarna sul suolo italico.

Non vorrei essere frainteso, come già detto il culto gentile lascia completa libertà religiosa, e la storia di Roma ne è la miglior prova; dunque nessuna forzata opposizione al cattolicesimo. Tuttavia dobbiamo sottolineare il gravissimo errore che compì Mussolini nel 1929, restituendo, con la firma dei Patti Lateranensi, una dimensione statuale al papato, sradicando parte del territorio italiano e concedendo alla Chiesa quelle prerogative politiche ed economiche che impediscono, ancora oggi, una fattiva eguaglianza tra i culti presenti in Italia.

Il Movimento Tradizionale Romano ha finalità prettamente religiose ma, lo sappiamo, la religiosità gentile è naturalmente legata ad un Mos comunitario, pubblico; questa connessione come può avvenire oggi?

Questo è un aspetto piuttosto complicato. Se in effetti non si potrebbe trovare alcuna difficoltà nel praticare un culto privato (Lari e Penati), una ritualità pubblica dovrebbe essere ricondotta alla visione trascendente di una Res Publica nuovamente cosciente del proprio ruolo sacrale, oggigiorno difficilmente praticabile. Si può, invece, e si deve, attuare da subito un recupero storico-culturale: ad esempio, una delle date più importanti del calendario religioso romano, il 21 aprile, fondazione dell'Urbe, conosce, oggi, l'impostazione da noi auspicata. E nell'ambito delle celebrazioni ufficiali e pubbliche per il Natale di Roma, il sottoscritto ha l'onore d'essere invitato (dal 2001) sul "colle più sacro alle genti civili", il Campidoglio, per parlare della tradizione di Roma. Ricordo che fu certamente merito del fascismo la celebrazione del 21 aprile e che, debbo ricordarlo ad onore del governo De Gasperi, fu ancora nel dopoguerra ufficialmente celebrato come festa pubblica nel 1951. (Allora io frequentavo la prima elementare e ancora ricordo la bella e semplice commemorazione che ce ne fece la nostra "Signora Maestra").

L'innesto nel panorama culturale italiano del mondo musulmano potrebbe avere un impatto simile alla prima evangelizzazione dell'occidente gentile? Mi spiego meglio: il velo islamico come forma identitaria politica e non religiosa?

Dal punto di vista culturale un paragone potrebbe esser lecito, quale incontro-scontro tra mondi profondamente differenti. Nel merito difficile dar giudizi. Per esempio sul velo ritengo motivata la posizione di Gianfranco Fini. Non si possono e non si devono accusare i simboli religiosi, siano essi la croce, la mezza luna, la menorah, lo swastika, poiché rappresentano una sacrosanta libertà personale. Tra l'altro ricordo un tempo non troppo lontano in cui le donne italiane seguivano la Messa assolutamente velate. Certo alcune interpretazioni del Corano scorrono sul filo del fondamentalismo, dell'appartenenza politica, arrivando a costumanze del tutto inaccettabili per la comunità italiana; un esempio estremo ne è l'infibulazione. Ma allo stesso modo trovo inverosimile che enti pubblici come la ASL di Torino pratichino gratuitamente atti a sfondo religioso come la circoncisione, dimenticandosi della tanto declamata laicità dello Stato. Su queste ed altre degenerazioni occorre vigilare con forza.

GIACOMO PETRELLA

[intervista apparsa sul mensile «La Destra», a. III, n‹ 30, dicembre 2006, p. 2]. 


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