Home | Forum | English Presentation | Ricerca | Contact
Presentazione

Pubblicazioni
BIBLIOTHECA

 

Michela Alessandroni
Recensione di Renato Del Ponte "La città degli Dei. La tradizione di Roma e la sua continuità".

Suddiviso per tematiche e soggetti, il recente volume di Renato Del Ponte rappresenta un insieme di saggi e approfondimenti svolti nell'arco di ventitre anni, dal 1980 al 2002.

Il cammino che lo studioso ci propone ha inizio con delle "Premesse", ", costituite da uno studio linguistico e archeologico intorno a quella terra primordiale che fu luogo di origine degli indoeuropei. Ripercorrendo i millenni e le migrazioni attraverso studi e teorie diverse, giunge al problema molto interessante e dibattuto dei primi abitatori del Lazio ed alla questione che lega Etruschi e Troiani. Degna di attenzione a questo proposito soprattutto l'esposizione della teoria di B. Nardi, del 1935, secondo cui Virgilio avrebbe tramandato percezioni storiche pi? vicine al vero rispetto all'annalistica romana; secondo la sua intuizione i Troiani di Enea sarebbero degli Etruschi trasposti nelle loro origini, dunque due aspetti di una medesima etnia. Gli studi successivi, afferma l'autore, hanno dato sostanziale conferma a questa tesi, in particolare grazie a due ritrovamenti: il primo consiste in un'iscrizione etrusca rinvenuta in Tunisia e datata al I secolo a.C.; in essa gli Etruschi chiamano se stessi Dardani, cioè Troiani; il secondo è costituito da un'epigrafe proveniente da Veio, datata al 26 d.C. ca. e in cui è data conferma dello stretto rapporto tra Veio e Roma. Dal punto di vista linguistico, uno studio del 1966 del Georgiev trae la conclusione che l'etrusco sia strettamente imparentato a lingue come l'hittita ed il lidio. Naturalmente, trattandosi di un breve paragrafo tra le premesse, l'autore non ha potuto discutere la questione in maniera più approfondita come tale argomento invece meriterebbe; credo infatti che, tra le circa tre pagine che compongono l'articolo, sarebbero dovuti almeno comparire alcuni elementi di dubbio sulla teoria esposta, sia di tipo linguistico1 che archeologico2.

L'intero lavoro è permeato da una notevole percezione comparativa, sia spaziale che temporale, come risulta particolarmente evidente dal secondo capitolo, intitolato "Culti, simboli e immagini", attraverso i luoghi, dal Campidoglio al Po, ma anche attraverso il confronto con culti e culture orientali.

Nel terzo capitolo, "Lessico e diritto arcaico", viene messa in evidenza, con competenza e felici intuizioni, la relazione tra il lessico sacro e il diritto, introdotta da una sezione sul latino come lingua sacra. Tale articolo, che ritengo una introduzione fondamentale oltre che interessante, ha inizio con una questione che si pose R Guénon nel suo scritto "A proposito delle lingue sacre", ossia del perché il Cristianesimo, pur essendo una filiazione dell'Ebraismo ed avendo un suo libro sacro, non abbia mai avuto né un apparato legale né una lingua sacra. In realtà questa è una limitazione che il Guénon pone non ritenendo sacre le lingue utilizzate nelle tradizioni religiose cosiddette "non rivelate": sacra deve dirsi una lingua rituale utilizzata dagli specialisti del sacro; poiché la definizione di ciò che è sacro va cercata nello ius sacrum, nel diritto attinente alle cose degli dèi, la Chiesa cattolica, che ha scelto come propria sede Roma, ha adottato come lingua liturgica quella sacra del Lazio assieme alle strutture giuridiche. Dunque la conoscenza del latino, lingua sacra del Lazio, costituisce un passo indispensabile per procedere oltre, lungo la strada che conduce alla "via romana degli dèi".

In questa raccolta di articoli la cultura materiale trova spazio in una parte dedicata alle "Esplorazioni Archeologiche". In esso lo studioso prende le mosse dalla scoperta della triade marmorea, composta da Giove, Giunone e Minerva, avvenuta nei primi anni Novanta a quattro chilometri da Guidonia, nel tempio di una grande villa patrizia dell'inizio del terzo secolo. Agli interrogativi che sorgono intorno alla figura del privato che nel suo edificio sacro venerava la triade in cui si identificava lo Stato, lo studioso porta l'attenzione soprattutto sui membri delle famiglie imperiali di tradizione italica che vedevano minacciata la tradizione religiosa romana da stirpi africane e siriane. Segue poi un'esposizione attorno ai movimenti delle popolazioni primigenie e allo costituzione di diversi "ombelichi d'Italia", uno dei quali si trovava, secondo Servio, tra i monti dell'Irpinia e consacrato all'italica dea Mefite, nell'Ampsancti valles, un luogo pestilenziale. In questo sito furono rinvenute statuette fittili, bronzetti votivi, erme di legno e monete; purtroppo è andata perduta un'iscrizione in lingua osca dedicata a Mefite Aravina. Proseguendo nella nostra esplorazione giungiamo tra le Alpi Graie, attraversate da Ercole dopo la decima fatica, nella località di Usseglio, presso Torino, dove troviamo un altare in pietra arenaria dedicato, come ci informa l'iscrizione, proprio ad Ercole. Il dedicante Vibius Marcellus dovette essere un importante cittadino romano, se si pensa che per suo volere fu dedicato un altro altare, questa volta a Giove, e rinvenuto a Susa nel 1996. La sezione che chiude questo capitolo riguarda un'epigrafe che attesterebbe il culto di Pomona a Malgrate, in Lunigiana, nel gradino di accesso di una cappella. La dea, tra le altre cose, presiedeva alla maturazione dell'olivo e della vite, colture proprie di un clima temperato come quello di questa zona, ed era associata spesso a divinità di tipo campestre. Nella Lunigiana, ci ricorda l'autore, la connessione fra il culto della Madonna ed alcune piante è stato molto forte, dai suoi inizi sino a non troppi anni fa, in un luogo ininterrottamente riconosciuto come sacro.

La sezione intitolata "La continuità di Roma", si apre con la questione della fondazione di Costantinopoli, interpretata da un punto di vista di diritto sacro pontificale. Innanzitutto è sottolineato come Costantino prima della consecratio non chiamasse ancora "nuova Roma" Bisanzio, bensì castra, o grande città, o, ancora, carissima città. Secondo il diritto pubblico - pontificio un luogo poteva divenire sacro soltanto per mezzo della dedicazione imperiale, ma ciò che è consacrato nelle province non lo è ex auctoritate populi Romani, quindi non è propriamente sacro. Per questi motivi Costantino concesse alla città lo ius Italicum, quello stato giuridico che solo Roma possedeva e grazie a cui fu possibile portare avanti i riti dell'inauguratio. Il 26 novembre del 328 la città fu quindi consacrata e denominata Costantinopoli e per legge fu stabilito che si chiamasse "seconda Roma". La dedicatio avvenne l'11 maggio del 330. Una tradizione bizantina affermava che nella statua di Costantino - Helios, posta nel Foro fatto costruire dall'Imperatore, trovasse posto il Palladio di Roma. "E l'Impero di Costantino sopravvisse mille anni alla caduta di Roma... in una remota alba del 330 un diritto divino era stato sancito e la sua continuità garantita". Del Ponte ci mostra a questo punto come pretese di legittimità rimangano tali se prive di un fondamento giuridico profondo. E' il caso della Mosca di K. Leont'ev, la "terza Roma", che dovrebbe trarre legittimità nella successione dagli ultimi Imperatori bizantini a quelli russi, per via delle nozze contratte fra Zoe, nipote dell'ultimo Imperatore bizantino, e Ivan III di Russia. L'autore mette invece in risalto come Costantinopoli sia detta altera Roma distinta dalla Roma prior, ossia la seconda e ultima rispetto alla prima, senza altre possibili successioni. L'articolo conclusivo di questo capitolo mette l'accento e porta a riflettere sul fatto che "l'unico vero mito fondante del nostro popolo è quello della tradizione italica e romana", unico modello per l'Italia anche del XXI secolo.

Il sesto capitolo è composto da "Note critiche e discussioni". Il primo degli articoli tratta delle mura romulee, della tradizione annalistica che ne riporta la storia, delle ricerche archeologiche, polemicamente e ironicamente delle reazioni di certi ambienti accademici e, passando attraverso i naturali contrasti, delle diverse impostazioni degli studiosi. Il secondo articolo è la premessa al testo di J. J. Bachofen, "La lupa romana su monumenti sepolcrali dell'Impero" (SeaR Edizioni, Scandiano 1991). La parte successiva riguarda gli studi di F. Cumont e le religioni orientali nell'Impero romano, seguita da un brano sulla figura ed il lavoro di A. Coen. A chiudere questo capitolo troviamo due articoli, di cui il secondo è una recensione pubblicata su "L'Osservatore Romano" il 27 ottobre 1994 ad un volume del professor Del Ponte (B. Buonuomo, Storia. A proposito del volume "La Religione dei Romani". Evidenti limiti d'impostazione e di prospettiva ideologica), e di cui il primo costituisce una sorta di replica energica e convincente. Il volume si conclude con una appendice di "Saggi di traduzione" a "Il Genio" di Censorino e "Inno al Sole" di Marziano M. F. Capella, entrambi preceduti da una breve introduzione biografica.

Nuove e diverse argomentazioni potrebbero essere sostenute, sia in riferimento alle varie tematiche trattate, sia al senso dell'intero lavoro; per questo vorrei precisare le motivazioni che mi hanno portato a scegliere di recensire questo libro e cioè l'interesse e la curiosità che mi ha procurato, l'indubitabile forte amore dell'autore per Roma, ma soprattutto un'esortazione, quella a recuperare in noi stessi la continuità delle antiche tradizioni.

1 l'etrusco è in genere considerato una lingua isolata; una parentela con altre lingue indoeuropee può certo essere sostenuta, ma la situazione dell'hittita non è, d'altra parte, del tutto chiara: è omologo alle altre lingue indoeuropee già differenziate fra loro o all'indoeuropeo pi? antico ancora unitario?
2 non può non tornare in mente l'affresco della tomba Francois a Vulci e le sue iscrizioni. Le rappresentazioni riguardano un episodio non meglio identificato del VI secolo a.C., mentre conosciamo i personaggi. Ma quel che qui interessa maggiormente consiste nel fatto che gli Etruschi sono equiparati nelle loro gesta agli omerici eroi greci, mentre i Romani ai prigionieri troiani, in una visione temporale ciclica in cui eventi simbolicamente importanti si ripetono.

Renato Del Ponte "La città degli Dei. La tradizione di Roma e la sua continuità", ECIG, Genova 2003, pp. 201.


IL LIBRO: VALERIO MASSIMO MANFREDI, L'ULTIMA LEGIONE

"Miracolo italiano, le legioni di Manfredi spaventano i re dei bestseller". Così titolava lo scorso aprile il Corriere della Sera recensendo il nuovo romanzo di Valerio Massimo Manfredi. Si tratta di un libro bello e, almeno per me, commovente, che come insegnante sarei felice che tutti gli studenti italiani leggessero, fuor da ogni obbligo, così che userei le stesse parole che nel romanzo il precettore Ambrosinus (che poi è mago Merlino) dice al giovinetto Romolo Augustolo: "E anche tu dovresti dedicarti alla scrittura, o almeno alla lettura. Aiuta a dimenticare gli affanni, libera l'anima dall'angoscia e dalla noia del quotidiano, ci mette in contatto con un mondo diverso".

Il "mondo diverso" della scrittura e della lettura è, per Valerio Massimo Manfredi, fin dai suoi esordi come narratore, il mondo antico. Ma questo mondo antico, mediterraneo in particolare, è un mondo in continua, misteriosa interazione col nostro, sia sotto il profilo collettivo che individuale: oracoli, profezie, sono sovente il ponte tra passato e presente. è insomma un mondo magico, per cui valgono queste altre parole di Ambrosinus: ". Esiste un altro mondo, oltre a quello che noi conosciamo, il mondo dei sogni, dei mostri e delle chimere, il mondo delle farneticazioni, delle passioni e dei misteri. E' un mondo che in certi momenti ci sfiora e ci induce ad azioni che non hanno senso, oppure, semplicemente, ci fa rabbrividire, come un soffio d'aria gelida che passa nella notte, come il canto di un usignolo che sgorga dall'ombra. Non sappiamo fin dove si estende, se ha confini o se è infinito, se è dentro o fuori di noi, se assume le sembianze del reale per rivelarsi oppure per nascondersi. Le profezie sono simili alle parole che un uomo addormentato pronuncia nel sonno. Apparentemente non hanno senso, in realtà vengono dagli abissi più nascosti dell'anima universale".Nel romanzo L'oracolo vi era un corto circuito tra la Grecia degli anni 70, al tempo dei colonnelli, e la Grecia micenea. In Palladion, tra Italia romana, Italia medievale e Italia di oggi. Ne Il faraone delle sabbie tra l'antico Mediooriente e l'attualissimo conflitto israelo-palestinese, con particolari perfino profetici, dopo l'11 settembre. Se L'ultima legione appartiene a quel gruppo di romanzi svolgentisi del tutto nell'antichità (vedi Le paludi d'Esperia e il ciclo su Alessandro Magno), tuttavia parla al nostro presente attraverso continui rimandi che il lettore attento non può non cogliere.

Ridotta allo scheletro, anche per non togliere il gusto della lettura, la trama del romanzo è questa. Myrdin Emreis, druido cristianizzato del bosco sacro di Gleva che i Romani chiamarono Meridius Ambrosinus, racconta le vicende avventurose che portarono Romolo Augustolo, il fanciullo ultimo imperatore d'Occidente deposto dal barbaro Odoacre dopo averne ucciso i genitori, Oreste e Flavia Serena, fino in Britannia. Vicende cui partecipano tre superstiti della legione nona invicta costituita segretamente da Oreste come ultimo baluardo della romanità imperiale d'Occidente, cui si aggiungeranno poi due veterani greci liberati dalla schiavitù, un'eroina tanto coraggiosa quanto bella e ovviamente Merlino-Ambrosinus stesso, il quale, anch'egli avventurosamente giunto in Italia per chiedere l'aiuto di Ravenna contro i Pitti e i Sassoni minaccianti la Britannia celto-romana, insegue il sogno di una profezia: "Verrà un giovane dal mare meridionale / con una spada portando pace e prosperità. / L'aquila e il dragone torneranno a volare / sulla grande terra di Britannia".La spada è quella di Giulio Cesare, ritrovata da Romolo Augustolo, destinata a esser conosciuta in Britannia come la mitica Excalibur. L'aquila e il drago sono le insegne dell'"ultima legione" romana in terra britannica, ammainate dopo la partenza di Meridius Ambrosinus, ma che i nostri eroi riporteranno in auge gettando il seme di una nuova storia.

Non voglio essere io a trattare di aspetti squisitamente storici. Preferisco quelli ideali e ideologici. Questo romanzo riporta con grande sapienza narrativa al centro della nostra attenzione il grande rimosso della cultura italiana del dopoguerra: Roma, l'Impero Romano. Intendiamoci, gli archeologi, gli antichisti, come sono, ed autorevolmente, i nostri stessi ospiti, han sempre fatto il loro bravo lavoro. Ma che è ne stato di Roma, di cui volenti o nolenti siamo gli eredi più diretti, nel nostro immaginario collettivo? Dopo il fascismo, negli anni della cd "I Repubblica", verso questo tema gli accenti dominanti sono stati il fastidio e il pudore. Poi è venuto il leghismo che ha diffuso l'idea di Roma come radice d'ogni nequizia passata e presente inventandosi un celtismo italiano del tutto immaginario, e forse un ancor più immaginario venetismo antiromano. Il successo di questo romanzo forse potrà riparare molti di questi guasti.

Innanzitutto, vorrei porre l'accento sulla scelta dell'epoca fatta da Manfredi. Proprio il tempo in cui l'impero d'Occidente si estingue e nascono i regni-romano barbarici. Epoca di decadenza, certo. Di questa decadenza la figura di Romolo Augustolo è spesso stata presa a modello. Un giovinetto insulso dal nome roboante. In un suo dramma, La morte di Romolo, Durremant lo prende, proprio come Manfredi, quale protagonista. E ce lo mostra nella sua villa-prigione campana che alleva galline a cui ha dato il nome dei Cesari. Di Romolo Augustolo in verità non sappiamo quasi niente, e quindi è un personaggio assai adatto per una costruzione narrativa. E Manfredi ha scelto la strada della costruzione eroica. Certo, per necessità della fiction avventurosa. Ma non solo, io penso. Manfredi ha voluto disegnare, attraverso vari personaggi, anche attraverso alcune semplici comparse, un quadro dimacchie residue di autentica romanità, nel senso dei valori tradizionali romani, fortidudo, gravitas, virtus, pietas, persistenti anche al tempo della romanità ravennate ed oltre. E questo non è privo di fondamento storico, poiché accanto all'incipiente medioevo germanico esiste un incipiente medioevo romano-italico, gallo-romano, celto-romano, i cui estremi poli geografici Manfredi individua giustamente nella nascente Venezia e nel meno fortunato regno di quell'Artù che sempre più gli storici tingono di purpurei colori romani. Già Pascoli, padano come Manfredi, aveva scritto nei distici Aemilia dedicati alla romanità ravennate: "Questi furono i nuovi Romani della seconda Roma. L'impero durò meno, ma animo e mente furono uguali: ebbero a cuore allo stesso modo le armi e le arti. Ma non pensare che siano stati miti i cuccioli dell'antica lupa" - Già la scelta di fare dei protagonisti della nostra storia dei legionari di una legione che il padre di Romolo, Oreste, ha voluto porre al comando di un patrizio discendente dalla nobilitas repubblicana, tutta "composta solo di romani, italici e provinciali", il cui campo è detto "un lembo di Roma, terra sacra degli antenati" e grazie alla quale - come dice Aurelio, il principale eroe del romanzo "Oreste voleva che la gente rivedesse un'aquila d'argento scintillare al sole, voleva che i Romani recuperassero il loro orgoglio, rivedessero i fanti marciare con le antiche armature e i grandi scudi, i reparti far tremare il terreno sotto il passo cadenzato. Voleva la disciplina contro la barbarie, l'ordine contro il caos" - già questa scelta dice molto dell'orientamento ideale del romanzo, che, pur dichiarando l'Autore ufficialmente che il punto di vista è quello dei personaggi, è giocato nei confronti dei barbari secondo il modulo petrarchesco virtù contro furore.Tutto il romanzo è attraversato dall'idea che Roma costituisca la civiltà per eccellenza. Ma se c'è una sorta di preferenziale etnica verso l'Italia, che ne è la culla, Roma viene esplicitamente dichiarata grande, civile e immortale come idea eterna perché "Roma non si identifica con una razza, o un popolo, o un'etnia. Roma è un ideale e gli ideali non si possono distruggere". E così che allorché Romolo obietta a Merlino, che lo invita alla memoria culturale e storica: "Ma tu vieni dalla Britannia, Ambrosine, tu sei un Celta" - proprio al celta Merlino Manfredi fa dire: "E' vero, ma in questo momento così terribile in cui tutto crolla e si dissolve, in cui l'unica civiltà di questo mondo è colpita al cuore, non possiamo non dirci romani, anche noi che veniamo dalla più remota periferia dell'impero, anche noi che fummo abbandonati, tanti anni fa, al nostro destino...". E intrepido legionario Romano è il simpatico Cornelio Batiato, un gigante etiope, come gli altri suoi compagni "Romano per romano giuramento". E l'etnia di questo personaggio non è forse casuale: gli etiopi nell'Eneide, il poema che Merlino porta sempre con sé esortando Romolo a leggerlo, stanno con i troiani, ed etiopi sono pure stati gli ultimi combattenti di razza nera del nosto ultimo, effimero ma non inglorioso impero.Morta Roma, essa, proprio perché idea immortale, genera nuove, piccole Rome. Manfredi ricorda a tutti noi, attraverso l'eroina Livia Prisca, profuga di Aquileia, che Venezia è creatura interamente italiana e romana. Commossa Livia ne descrive gli albori: "Eravamo tutti Veneti a parte un Siciliano e due Umbri dell'aministrazione imperiale : la chiamammo Venetia". "Dividiamo ciò che abbiamo e ci aiutiamo l'un l'altro. Eleggiamo i nostri capi con il voto di tutti, abbiamo riesumato l'antica costituzione repubblicana dei nostri antenati, quella di Bruto e Scevola, Catone e Claudio".

Attraverso il filtro della romanità, Manfredi ha il merito di rimettere in gioco anche valori che hanno conosciuto presso di noi una vera eclissi, grazie anche alla fine di ogni tipo di educazione eroica - sarebe interessante studiare la barbarizzazione dello stesso estremismo politico in Italia, dalle militanze di destra e di sinistra ancora vincolate a certe etiche cavalleresche degli anni sessanta-settanta a quelle barbariche odierne dei naziskin e dei black-block. E qui devo finalmente parlare degli eroi del romanzo. Non solo del piccolo Romolo Augustolo, che già riflette la sofferta maturazione di un principio di grande importanza che è quello riassumibile nella formula noblesse oblige, ma dei veterani della distrutta ultima legione di Oreste. Innanzitutto, il vero eroe del romanzo. Aureliano Ambrosio Ventidio (Aurelio), un uomo la cui unica famiglia è sempre stata l'esercito, i suoi compagni di reparto, e cui cui grava il tormento di una oscura vicenda passata, che peraltro lo lega indissolubilmente alla stessa Livia. E poi Rufio Vatreno, spagnolo di Sagunto, veterano di molte battaglie, e il già citato Cornelio Batiato, gigante etiope nero come un tizzone. Sono eroi veramente romani, cioè umanissimi, la cui vita è quella dell'agere et pati, come Enea coraggiosi in guerra ma con un intimo, connaturato desiderio di pace. Sono uomini per cui il gusto di combattere, arte in cui peraltro non hanno uguali, conta in verità meno che esercitare le virtù dell'onore e della fedeltà. Dirà Aurelio: "C'è una cosa che mi è rimasta, l'unico patrimonio che mi resta: la mia parola di Romano. Un concetto obsoleto, lo so, roba che sta solo sui libri di storia, eppure un'ancora di salvezza per uno come me, un punto di riferimento se vuoi. E io questa parola l'ho data a un uomo morente". E mi è parso particolarmente bello che i valori di cui questi uomini sono i portatori siano visti, ammirati atraverso gli occhi femminili, e non già per riproporre una sorta di maschilismo, ché la protagonista femminile è figura modernissima (ma con ancoraggi nell'epica antica) di donna indipendente, ma per rivendicare il valore perenne di certi modi d'essere spesso svalutati :"Livia li guardava senza parlare. Il cameratismo virile era una manifestazione che l'affascinava, vi vedeva concentrate tutte le virtù migliori dell'uomo: l'amicizia, la solidarietà, lo spirito di sacrificio, l'entusiasmo. Persino il loro turpiloquio castrense, cui non era certo abituata, non la infastidiva in quella situazione"In un'epoca in cui la barbarie trionfa, i nostri eroi, come altri incontrati in Gallia e in Britannia, rappresentano il dovere perenne dell'uomo di coltivare il giardino della civiltà: che è cultura (i nostri eroi hanno tutti buone letture), impegno pubblico, coraggio non disgiunto, in guerra, dalla pietà. Manfredi, attraverso le istruzioni di Merlino a Romolo, spiega che il mondo non si divide in buoni e cattivi, che gli uni e gli altri possono trovarsi nel campo della civiltà come in quello della barbarie. Che la corruzione è certo più facile entro la civiltà, ma che questo non può essere un alibi per "passare ai barbari"."Tutto si paga a questo mondo, ragazzo mio: se un popolo raggiunge un grande livello di civiltà sviluppa contemporaneamente anche un certo tasso di corruzione. I barbari non sono corrotti perché sono barbari, per l'appunto, ma anche loro impareranno presto ad apprezzare le belle vesti, il danaro, i cibi ricercati, i profumi, le belle donne, le belle residenze. Tutto questo costa e, per averlo, è necessario tanto denaro, tanto quanto solo la corruzione può dare. In ogni caso, non c'è una civiltà che non abbia in sé una certa quantità di barbarie e non c'è barbarie che non abbia qualche germe di civiltà". Ma "civiltà significa leggi, ordinamenti politici, certezza del diritto. Significa professioni e mestieri, strade e comunicazioni, riti e solennità. Scienza, ma anche arte, soprattutto arte; letteratura, poesia come quella di Virgilio (...): attività dello spirito che ci rendono molto simili a Dio. Un barbaro, invece, è molto simile a una bestia. Non so se mi spiego. Essere parte di una civiltà ti dà un orgoglio particolare, l'orgoglio di partecipare a una grande impresa collettiva, la più grande che sia data all'uomo di compiere".Della barbarie pura il rappresentante nel romanzo è Wulfila, uomo di Odoacre, che insegue i nostri eroi fino in Britannia per impadronirsi della spada di Cesare. Ma questi non raggiunge tuttavia l'abissale malvagità di Wortirgern, il tiranno della Britannia dal volto sfigurato e però celato da una maschera d'oro che lo ritrae immutabile nello splendore della gioventù, maschera diabolica fusa con l'oro di un calice da messa. Wortirgern, di padre celtico e madre romana è, come il Catilina di Sallustio, nobili genere natus, è stato un uomo in gioventù non privo di virtù etico-.militari tipicamente romane, ma la libido dominandi lo ha trasformato in un mostro. Questa mostruosità non è appunto altro che la barbarie che si annida entro la civiltà, che cresce e divora tutto quando il compito romano di esercitare la forza non disgiunta dalla giustizia viene meno. Il volto giovanile, e non invecchiato, non corrotto, del potere, quando la virtù viene meno, è solo una maschera, non a caso d'oro: il metallo della virgiliana auri sacra fames. Quella stessa maschera, non a caso, la ritroveremo sul volto di Wulfila, il barbaro che crede che il potere, la forza di Roma, rappresentata dalla spada di Cesare cui anela, sia pura forza bruta, vittoria sugli altri e non, prima di tutto, su se stessi, sul caos delle nostre passioni.

Infine - anche se tante altre cose vorrei dire - mi è particolarmente caro, di questo romanzo, lo spirito religioso. Siamo nella seconda metà del V secolo. Quella che qui si rappresenta è una romanità in cui il paganesimo è già stato da tempo abolito. Ma Manfredi ha voluto ritrarre alcuni personaggi come ancora ancorati alle credenze, alle memorie pagane. Nella sua nota storica finale, egli scrive che tale presenza è "storicamente non facilmente sostenibile alla fine del V secolo, ma forse non del tutto improbabile alla luce di alcuni segnali nelle fonti più tarde". Comunque stiano storicamente le probabilità, è un fatto che Manfredi non se l'è sentita di fare del suo eroe principale, Aurelio, un cristiano. Mi permetto di dire, forze forzando le cose, che non poteva. I più genuini valori romani sono così consustanzialmente legati al paganesimo che sarebbe suonato un po' stonato l'eccesso di romanità di cui Aurelio dà prova.Innanzitutto, il romanzo è tutto compenetrato dell'idea non cristiana che non è possibile il perdono dell'ingiusto finché questo non è piegato e vinto: parcere subiectis ac debellare superbos. E di fronte alle devastazioni e alle crudeltà inenarrabili di quell'epoca, in cui, come racconta lo stesso Merlino, tanta parte della nobiltà romana aveva lasciato le magistrature e le armi per la vita ecclesiastica, di Aurelio è detto: "Non si era mai rassegnato, non aveva mai condiviso il sogno della città di Dio proclamato da Agostino di Ippona né aveva mai visto città in cielo fra le nubi: l'unica città per lui era l'Urbe dei sette colli, cinta dal muro aureliano, adagiata sul Tevere divino, l'Urbe violata eppure immortale, madre di tutte le terre e di tutte le terre figlia, scrigno delle memorie più sacre". E le simpatie pagane di Manfredi sono così malcelate che, se l'eroina del romanzo è cristiana, tuttavia è nipote di un romano che alla battaglia del Frigido - teatro dell'ultimo conflito armato tra pagani e cristiani, stava dalla parte di Eugenio, e cioè dei primi. La stessa spada di Cesare, Excalibur, è rinvenuta da Romolo in "una specie di sacrario creato in segreto chissà da chi, forse da Giuliano, che i cristiani avevano condannato all'infamia con il nome di apostata".E il mondo pagano che Aurelio rimpiange è, da un lato l'essenza stessa di Roma (in Britannia lo vediamo prendere religiosamente dalla vecchia sede della legio xii draco una carta con l'ode a Roma di Rutilio Namaziano: "Exaudi me regina mundi, inter sidereos Roma recepita polos", detta "l'ultimo commosso inno alla grandezza di Roma, scritto settant'anni prima, alla vigilia del sacco di Alarico". Aurelio, scrive sempre Manfredi, "Sospirò e infilò quella piccola pergamena sotto il corsetto, sul cuore, come un talismano".Dall'altro lato il mondo pagano cui guarda Manfredi è anche quello di quella straordinaria pluralità religiosa che l'Impero romano conobbe e garantì e di cui Merlino stesso è l'apologeta: "Non esiste che un Dio, Cesare. Sono solo diverse le vie che gli uomini percorrono per cercarlo". E ancora, parlando del vischio druidico che porta al collo: "Rappresenta il legame con il mondo in cui nacqui, con un'antica sapienza. Non indossiamo forse panni diversi quando passiamo da un paese caldo a uno freddo? E così è per la nostra visione del mondo. La religione è il colore che la nostra anima assume a seconda della luce a cui si espone. Mi hai visto nella luce mediterranea e mi vedrai nelle tenebre delle foreste di Britannia e sarò un altro, ricordalo, e tuttavia lo stesso. Ed è inevitabile che così debba essere".Ma è ancora una volta Aurelio a fare una volta per tutte piena, struggente professione di paganesimo: "Se essere pagano significa fedeltà alla tradizione degli antenati e alle credenze dei padri, se significa vedere Dio in tutte le cose e tutte le cose in Dio, se significa rimpiangere una grandezza che non tornerà mai più, ebbene sì, sono pagano".E se con il celta Merlino alla fine di questo libro ci sentiamo propensi a pronunciare le sue già citate parole "non possiamo non dirci romani", con l'eroe Aurelio ci sentiamo alla fine spinti, capovolgendo una famosa frase di Croce, a formulare un nostro: "Perché non possiamo non dirci pagani"

SANDRO CONSOLATO

(Questo testo è stato elaborato per la presentazione del romanzo tenutasi a Taormina il 17 maggio 2002, a cura delle associazioni culturali "Azenor" ed "Autem", con la partecipazione dello stesso Valerio Massimo Manfredi e del prof. Lorenzo Braccesi).


Risorse Web
Collegamenti
Mailing List
Forum

 

Design © 2009 Esposito Marco.