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EVOLIANA

 

In questa sezione si archiviano, o si pubblicano anche per la prima volta, testi di qualsiasi genere e provenienza che contribuiscano alla conoscenza della vita, del pensiero e dell'opera di Julius Evola, della letteratura critica sui medesimi soggetti nonché delle diverse diramazioni dell' "evolismo".


Julius Evola trent'anni dopo e la "polemica Consolato-Iacona"

JULIUS EVOLA TRENT'ANNI DOPO E LA "POLEMICA CONSOLATO-IACONA"

Dopo l'uscita del n‹ triplo speciale (14-15-16 / aprile-dicembre 2004) de «La Cittadella» dedicato a Julius Evola trent'anni dopo, Marco Iacona, collaboratore della Fondazione "Julius Evola", pubblicava sul mensile «Area» (n‹ 102,) un articolo/recensione del nostro volume (271 pagine) dal titolo Evola: non solo paganitas, poi riproposto, con qualche variante e col titolo Julius Evola trent'anni dopo, sul periodico «Letteratura-Tradizione» (n‹ 35, novembre 2005, p. 20), nella rubrica Fondazione Evola curata da Gianfranco de Turris.

Con l'articolo Su alcune critiche al nostro 'speciale Evola' («La Cittadella», n‹ 18, aprile-giugno 2005) ho risposto ad una serie di osservazioni di carattere problematico contenute nello scritto di Iacona apparso su «Area». Iacona ha a sua volta replicato su «Letteratura-Tradizione» (n‹ 37, gennaio-febbraio 2006, p. 14) con l'articolo Paganitas, or not paganitas: that is the question…(cfr. anche il cappello introduttivo di G. de Turris Opinioni a confronto).

Il direttore di «Letteratura-Tradizione» Sandro Giovannini e lo stesso Gianfranco de Turris mi hanno consentito di rispondere nuovamente a Iacona, con l'articolo E' Evola o non è Evola? That is the question… (in «L-T» n‹ 39, maggio-giugno 2006, p. 22), pubblicato con in calce una breve Conclusione a firma (m. i.) dello stesso Iacona.

Sul n‹ 40 (settembre 2006, p. 27), purtroppo ultimo della bella rivista di Giovannini, la rubrica di de Turris ha infine ospitato un interessante e autorevole intervento di Gian Franco Lami dal titolo Ancora sul rapporto tra Evola e il cristianesimo, scritto a partire dalla "questione che ha coinvolto due stimati studiosi di Evola".

E' consigliabile che gli interessati, per ragioni di studio o di curiosità intellettuale, a tutta la polemica si procurino i numeri citati de «La Cittadella», di «Area» e di «Letteratura-Tradizione» (per quest'ultima scrivere a: info@heliopolisedizioni.it). Qui riproduco solamente i miei due scritti. (s.c.)


SU ALCUNE CRITICHE AL NOSTRO SPECIALE EVOLA

"… il Comi, come tanti altri Cattolici di oggi,
dovrebbe convincersi che,
la sua via e il suo modo di reagire,
sono del tutto sbagliati.",
J. Evola, Conversioni,,
ne "Il Corriere Padano" del 10.11.1937,

Il nostro numero triplo dedicato a Julius Evola trent'anni dopo ha destato un particolare interesse presso il mensile di AN "Area", le cui pagine 66-67 del n‹ 102 (maggio 2005) sono state dedicate proprio allo speciale de "La Cittadella", ospitando lo scritto di Marco Iacona Evola: non solo paganitas.

Iacona, membro della Fondazione "Julius Evola" e studioso di Evola, ci onora subito con queste parole: "Firme importanti, cinque sezioni diverse, saggi, commenti, brani e un'intervista inedita. Insomma, un gran lavoro ispirato in massima parte alla Tradizione pagana" (p. 66). Sennonché proprio questa nostra prevalente ispirazione dà il via ad una lunga serie di critiche, da cui si salvano quasi esclusivamente la storia del Centro Studi Evoliani scritta da del Ponte e la lettura del saggio di Cassata A destra del fascismo operata da Di Vona.

Poiché io ho scritto, nella mia premessa al numero monografico, che ci interessava riproporre il "filo iniziatico ermetico pagano e romano troppe volte obliato o deformato da evoliani ed antievoliani, ma qualche volta pure nascosto dallo stesso Evola sotto le sabbie dell' 'inattualità'", Iacona si ritiene in dovere di precisare che "Fra alti e bassi, Evola resta uno studioso di civiltà tradizionali, amici e nemici spesso lo dimenticano" (p. 66). Al che vien da replicare che alcuni amici di Evola sembrano dimenticare che Evola non fu né un Coomaraswamy né uno Schuon, e dire che "resta uno studioso di civiltà tradizionali" è disinnescarne sia il potenziale magico che il potenziale etico-politico: è questo che si desidera?

Quanto all'intervista ad Evola realizzata nel 1971 da Attilio Spadaro (ma pure con domande di Carmelo Albano), essa viene detta "non particolarmente riuscita". Poi Iacona aggiunge: "'Ho già scritto tutto, leggetemi' diceva Ernst Jünger a chi gli stava dietro a fargli domande su questa o su quell'altra cosa…" (p. 66). Ora, l'intervista ad Evola, è stato precisato, non era una vera e propria intervista, ma la trascrizione di un colloquio privato. Prima di pubblicarla, mi consultai con Renato del Ponte, quindi chiesi un parere anche al prof. Di Vona, che la ritenne interessante e degna del suo commento. Piaccia o non piaccia, è una testimonianza del pensiero, e del modo di rapportarsi con i suoi giovani interlocutori, dell'ultimo Evola. Se poi le interviste ad Evola non servono agli studiosi solo perché Ernst Jünger ha detto "Ho scritto tutto, leggetemi", non si capisce il motivo per cui Evola nel 1973 non abbia detto a Gianfranco de Turris di fare a meno di riempire metà del suo Omaggio a Julius Evola edito da Volpe con le interviste da lui rilasciate a vari giornali fra il 1969 e il 1973. Inoltre, se in illo tempore a rispondere ad un'intervista - sia di Bonifazi, sia di de Turris o sia di Spadaro - era Evola in persona, chi oggi la legge legge Evola, e pertanto obbedisce al monito di Jünger. O no? (Aggiungo anche che non sarebbe male se la Fondazione "J. Evola" riunisse in uno dei suoi quaderni la totalità delle interviste ad Evola).

E veniamo all'articolo di Oscar A. Marino sulla presunta edizione "pirata" di Imperialismo pagano da lui curata nel 1968 per il circolo di Ordine Nuovo di Messina, che fa parlare Iacona di "ingenerose […] critiche […] al volume di Gianfranco de Turris Elogio e difesa di Julius Evola […]; ingenerose, eccessive e fuori tempo (il libro è uscito otto anni fa!) ". "Elogio e difesa - aggiunge il nostro recensore - è il primo (e forse unico) tentativo di contrastare, carte alla mano, i teoremi di certa sinistra antievoliana. Non sarà qualche riga disapprovata (e forse equivocata) da Marino, a dare o a togliere valore a un importante strumento di studio" (p. 67). E qui Iacona sembra non capire che lo scritto di Marino non nasce da una richiesta, da parte de "La Cittadella", di una stroncatura tardiva del libro di de Turris (libro di cui alcuni oggettivi limiti furono peraltro segnalati in una approfondita recensione di Marco Tarchi su "Diorama Letterario"), ma piuttosto dalla domanda di una testimonianza vivace, a partire da una lettura critica di qualche riga di Elogio e difesa, sui sentimenti pagani ed eroicamente "attivi" che Evola, volente o nolente, ha sempre suscitato in una parte dei suoi più appassionati lettori, ricevendo in fondo questi ultimi, come si evince dalla stessa testimonianza, una benevola simpatia da parte del Barone.

Ma ciò che proprio non va giù a Iacona è il fatto che "alcuni autori de La Cittadella pongono in primo (e unico piano) il paganesimo" (p. 67).

"La Cittadella", purtroppo per molti, è una rivista esplicitamente "pagana"; quindi come si può pretendere che venga da essa assunta una attenzione positiva ad un Evola non leggibile in tale chiave, tutt'altro che arbitraria? Secondo Iacona, che si sofferma in particolare sul lunghissimo saggio di D'Uva dal significativo titolo Il Fascismo pagano di Julius Evola, "La Cittadella" avrebbe occultato e/o normalizzato, con metodi sovietici, la verità storica, e per essa scomoda, dell'Evola non riducibile a Imperialismo pagano e al paganesimo, il che gli suggerisce questa tiritera piuttosto divertente: "Ma è opportuno legare Evola alla sola Tradizione pagana? È poi molto diversa l'operazione che compie Cassata quando accosta il filosofo al solo razzismo? […]. Studiare Evola significa consegnarlo alla verità della storia, una storia che è la storia di Evola e non quella dei suoi esegeti. E' verità o no l'affermazione: 'Riconosciamo volentieri che, soprattutto nei paesi latini, certe forze tradizionali e controrivoluzionarie si rifanno al cattolicesimo e che vi è stato un periodo nel quale proprio il cattolicesimo ha dato al puro principio dell'autorità e della sovranità il suo crisma', frase scritta da Evola ne Gli uomini e le rovine […]? Ed è verità o no il 'non può far male' detto da Evola in riferimento al sacramento del battesimo (Spadaro e Albano, p. 21)? Certo che è verità, una verità diversa da quella di Imperialismo pagano. E allora? Cosa si fa della storia che non si accorda all'Evola pagano? Si 'normalizza'? Si occulta, come si fa in un regime comunista che mostra sempre una sola faccia? Ovvero si commentano le pagine 'scomode' come se si trattasse dei vaniloqui di un mentecatto - 'scusatelo… non sapeva quel che diceva…' - operazione altrettanto stalinista? Bisogna davvero pensarci" (p. 67).

Ora, mi pare che Iacona, che ha sempre dato prova di essere uno studioso serio ed equilibrato, qui si sia fatto prendere la mano non dalla "verità della storia di Evola" da lui richiamata, ma dal suo personale desiderio di fare dell'Evola che "apre" al Cattolicesimo l'Evola più vero. Che questo Evola "cattolico" esista, "La Cittadella" non lo ha affatto negato né occultato: si è fatto riferimento ad esso nel mio Incipit come nel saggio di D'Uva, e se ne sono date le coordinate storico-filosofiche e temporali e le motivazioni contingenti; nello stesso tempo si è detto che in questo Evola (quello che ad es. rivuole masochisticamente la Chiesa del Sillabo, cioè la Chiesa che gli avrebbe impedito di pubblicare i suoi libri come gli avrebbe negato la libertà di essere cremato) noi non ci riconosciamo. Quindi, poiché noi non facciamo una rivista su cui un qualche Morganti possa manifestare, come avviene in "Area", la sua estasi di fronte all'elezione a papa di un Ratzinger, per noi il miglior Evola è solo paganitas. E quando parliamo di paganitas, come io stesso ho chiarito nell'Editoriale del 1‹ numero di questa nuova serie de "La Cittadella", ci riferiamo non solo ma anche a ciò che Adriano Romualdi, nel suo noto saggio su Julius Evola: l'uomo e l'opera (Volpe, Roma 1979, p. 37), diceva essere la paganitas evoliana, scrivendo: "Questo 'paganesimo' Evola non se l'è inventato, ma lo è andato a ritrovare in quella tradizione spirituale che abbraccia l'intero mondo ariano in tutta la sua latitudine e che alimenta le Upanishad e le Enneadi, l'Edda e la Baghavad-Gita, Platone e Buddha, Seneca e Meister Eckhart. Di questa religiosità indoeuropea, Evola ritiene gli elementi fondamentali: l'identità tra anima individuale e anima universale (sul piano della mistica, le Upanishad e le Enneadi, la Baghavad-Gita e Meister Eckhart; sul piano della mitologia il sentimento di 'consanguineità' tra gli aristocrati dei ceppi greco, italico, indiano, germanico e gli 'ei'); unità e molteplicità del principio divino (la dottrina dell'Uno presso Platone, Plotino e gli Indiani non contrasta con la fede negli Dei); apprezzamento del mondo e del corpo come manifestazioni dell'ordine divino (il midgard dell'Edda, la 'terra di mezzo' che si sostiene contro gli assalti del caos ha il suo riscontro nell'idea ellenica del Kòsmos, e nel rita 'ordine cosmico' dell'India ariana)".

Certo, poi il saggio di D'Uva, più che dal paganesimo "ario" dell'Evola maturo (cioè quello che va dagli anni Trenta alla morte), è, come scrive Iacona, "dominato da idealità pagano-mediterranee (relative all'evoliano Imperialismo pagano) " (p. 67). Ma - a parte il fatto che il lettore attento capisce bene qual è l'ottica di studio e giudizio di D'Uva da un lato e, dall'altro, il pensiero di Evola, esposto e analizzato criticamente quanto obiettivamente nel suo divenire - è errato sostenere che quel saggio offra "una figurazione un po' troppo 'discontinua' del pensiero di Evola" (p. 67) e che si svolga discutibilmente "tessendo (tranciandolo e riannodandolo più volte) il solo filo estremo di Imperialismo pagano" (p. 67). Ciò che D'Uva dimostra, con assoluto rigore filologico, seguendo gli scritti di Evola anno per anno, è che fu proprio Evola a tranciare e riannodare più volte il filo estremo di Imperialismo pagano; certo non tornando più alla ormai ripudiata "Tradizione mediterranea", che D'Uva predilige reghinianamente, ma senz'altro rinnovando, sub specie arianitatis, le istanze di una Romanità pagana allorché alcune contingenze storiche (la nascita dell'Impero fascista che non poteva essere ecumenico essendo solo cristiano-cattolico, la svolta razzista di Mussolini che non poteva non finire per porre il problema dell'arianità del Cristianesimo) gliene diedero l'occasione (il che è Evola stesso che ce lo dice ne Il cammino del cinabro - come nota, credo proprio per la prima volta tra gli studiosi, D'Uva alle pp. 133-134 del suo saggio), infine tranciandolo, dopo la guerra perduta, allorché gli parve divenuto inattuale "il simbolo romano" così come anacronistico il suo connesso discorso su un razzismo "costruttivo" ario-romano, e ai più - ma solo ai più (e secondo noi con grave errore) - lanciò l'offa del Cattolicesimo "tradizionale" di cui parla Iacona snocciolando il suo "è verità o non è verità…"

Circa Imperialismo pagano, non si è poi sostenuto da parte di nessuno, ché sarebbe stato scientificamente errato, che quella è in assoluto "l'opera per eccellenza" (p. 67) di Evola. Però si sono volute segnalare in modo forte l'importanza e la lunga durata (v. anche l'articolo di Incardona sugli scritti evoliani riguardo a Giuliano) di certi motivi di quell'opera.

La testimonianza di Marino, che è un vero peccato non si sia potuta corredare della lettera che Evola gli scrisse in risposta alle sue scuse, certo ribadisce l'ostilità di Evola a riproporre Imperialismo pagano, libro in cui troppe erano le idee in cui già dal 1930 non si riconosceva più, ma nel contempo conferma il suo compiacimento verso chi non accettava di rimanere tra coloro per i quali poteva andar bene anche il Cattolicesimo antimoderno. Né mi pare che ci si possa dimenticare, nel rimproverarci di avere esageratamente paganizzato Evola, che ancora nel 1971 egli discuteva con Renato del Ponte (v pp. 137-139 di J. Evola, Lettere 1955-1974, La Terra degli Avi, Finale Emilia, s.d.) della possibilità di rimettere in circolazione l'anticristiano Celse di Rougier, già parte di un progetto lanciato proprio con Imperialismo pagano. E, adottando il metodo interrogativo di Iacona, è verità o non è verità che su chi, avendo conosciuto le sue dottrine "pagane" (d'Oriente e d'Occidente), poi passava al Cattolicesimo, Evola così si esprimeva: " […] si deve parlare senz'altro di una regressione o di un fallimento"? (v. Omaggio a Julius Evola, cit., p. 144).

Da ultimo, una considerazione. Iacona pare d'accordo che io mi sia pronunciato "su Evola presunto 'leghista'" (p. 67), ma si guarda bene (ordine della Direzione di "Area"?) dal segnalare il fatto non marginale che con ciò confutavo Dana Lloyd Thomas, che collabora anche lui al mensile della "destra sociale", tanto che la sua firma compare sullo stesso numero. Allo stesso modo viene taciuto che le 100 e più pagine del saggio di D'Uva sono una riuscita confutazione delle tesi di Piero Fenili e del citato Dana Lloyd Thomas riguardo ad un Evola al contempo (presunto) crowleyano, (presunto) cattolico e (presunto) pangermanista, tesi che tanto sconforto avevano destato nella Fondazione di cui Iacona fa parte. E poi sarebbe "La Cittadella" la "Pravda" che occulta o manomette la pienezza della verità!

Sandro Consolato

[articolo apparso su «La Cittadella», n‹ 18, aprile-giugno 2005, pp. 45-49]


È EVOLA O NON È EVOLA?: THAT IS THE QUESTION…

M. Iacona, su «L-T» n‹ 37, con l'articolo Paganitas, or not paganitas: that is the question…, risponde al mio scritto Su alcune critiche al nostro 'speciale Evola' («La Cittadella», n‹ 18, 2005), con cui a mia volta replicavo alle sue due pagine (Evola: non solo paganitas, in «Area» n‹ 102, 2005; poi, con qualche variante, in «L-T» n‹ 35, 2005) di commento a Julius Evola trentfanni dopo, n‹ triplo monografico (2004) de «La Cittadella», rivista da me curata. Letto questo suo nuovo articolo, non ho provato affatto il desiderio di impegnarmi in una nuova polemica, malgrado la cortese libertà di replica offertami da G. de Turris, titolare della rubrica Fondazione Evola di «L-T», ma anche dallo stesso direttore di «L.-T. », S. Giovannini. Io ritengo, infatti, che quanto scritto da Iacona su «Area» fosse il frutto di una lettura dello "speciale Evola" de «La Cittadella» frettolosa ed umorale, ben lontana dallo stile e dalla competenza con cui lo stesso Iacona si era occupato di Evola in altre occasioni, non a caso estranee a pulsioni "giornalistiche". Ora, non ammettendo che io abbia analizzato in modo esaustivo e fondato quel suo scritto, egli non fa che difendere, con argomenti che non aggiungono veramente niente di nuovo a quanto ha già precedentemente affermato, le sue prime, non ben meditate parole, inventandosi un "Direttore" (il sottoscritto) che ha "non risposto" e che ha "lasciato un po' di questioni in sospeso".

Non ho alcun interesse a far procedere oltre, da parte mia, la serie del "botta e risposta". Voglio anche fare un passo indietro rispetto al gioco al rialzo nelle battute ad personam, scusandomi se posso averlo colpevolmente innescato io stesso; non darò pertanto alcun peso ai riferimenti a un mio presunto "fuoco purificatore", alle mie risposte "non proprio con la delicata vocina del tenorino di grazia" e così via. Se poi questa volta rispondo qui, e non su «La Cittadella», e perché - mettendomi anch'io sotto il tetto di «L-T» ed il soffitto della Fondazione Evola - voglio rendere evidente che non v'è polemica alcuna tra la "mia" rivista e quella dell'amico Giovannini, né ve ne è con la Fondazione diretta da una personalità della cultura di Destra che tanto ha fatto e fa per onorare la memoria di Evola e che ha tra i suoi collaboratori anche miei carissimi amici, firme della stessa «Cittadella». La mia risposta, dunque, cercherà di avere soprattutto il valore di ristabilire alcuni punti saldi relativi all'Evola pensatore, alla sua opera, alle sue possibilità di lettura.

Io mi ero chiesto, su «La Cittadella» n‹ 18, se Iacona, centrando la sua interpretazione di Evola come colui che (parole sue) "resta uno studioso di civiltà tradizionali", non desiderasse (parole mie) "disinnescarne sia il potenziale magico che il potenziale etico-politico". Ora, su «L-T» n‹ 37, proponendoci un Evola che nessuno, né amico né nemico del Filosofo, potrebbe mai riconoscere come l'Evola che ha personalmente conosciuto e studiato, ed amato od odiato, Iacona non solo rifiuta ma persino ridicolizza il mio riferimento sia al "potenziale magico" sia al "potenziale etico-politico" dell'opera evoliana. Intanto, per entrambi gli aspetti, lo fa scrivendo che "non è detto che eleggendolo [Evola] a proprio maestro […] ci si debba per forza misurare con qualcosa di 'pratico'". Fatto sta che è innegabile che Evola si sia sempre posto - nella filosofia (Saggi sull'Idealismo Magico: "La teoria dell'assoluto sapere, svolta conseguentemente, deve dunque trapassare nella màgica poiché, nell'altro caso, non potrebbe conservare neppure una delle sue posizioni"), nella dottrina tradizionale ed esoterica (La Tradizione Ermetica: "Da parte nostra, crediamo di poter assicurare il lettore che [nel] presente libro […] nella parte pratica v'è di più di quel che a prima vista possa apparirgli, nel caso che per avventura egli voglia conoscere per esperienza le realtà e le possibilità delle quali i 'Figli di Ermete' parlano"), nell'insegnamento politico (Gli uomini e le rovine: "[…] occorrerebbe scalzare la classe politica che nel presente periodo di interregno e di servaggio europeo detiene il potere in quasi tutti i paesi europei") - come interlocutore ideale di comunità umane e di individui tesi a realizzare, o almeno a porre come linee di vetta rispetto ai timidi passi consentiti dalle condizioni individuali ed ambientali, i princìpi esposti in sede dottrinale. Ora, per Iacona, pensare che questo sia l'Evola che ancor oggi riesce a parlare alle nostre menti e ai nostri cuori vuol dire scambiarlo per un "intellettuale sommariamente militante, quasi fosse Michail Bakunin" (e mi vien da ridere, pensando che abbandonai a 21 anni il mio giovanile anarchismo bakuniniano proprio dopo la lettura di Rivolta contro il mondo moderno!). Ma non solo: volere porsi i problemi "pratici" posti da Evola - da quello individuale di un superamento della ordinaria condizione umana a quello pubblico di un impegno per riportare l'Europa all'idea dello Stato e dell'Impero tradizionali - si ridurrebbe a rischio di "rendersi ridicoli o peggio […] cascare con la faccia nel fango". Allora, debbo osservare, se le cose stanno così, se anzi sono sempre state così, tanto vale lasciar perdere Evola e preferirgli l'Elémire Zolla di Che cos'è la Tradizione, con la sua (parole di Evola ne L'Arco e la Clava) "versione sbiadita della Tradizione", in fin dei conti vero antidoto a quello che per Iacona sarebbe il nostro "Evola dei celoduristi della Tradizione".

In merito al "potenziale magico" di Evola, Iacona poi crede di fare dell'ironia sul sottoscritto e su «La Cittadella» scrivendo che, "in relazione a codesta magia, se fossi stato nei panni del Direttore avrei scritto qualcosina di più, ad esempio: fatterelli e soggetti interessanti, per far conoscere a chi sfortunatamente mago non lo è mai stato […] alcune spero utili manifestazioni del soprasensibile"; quindi aggiunge anche che, parlando di magia, avrei fatto "il gioco di chi equipara una personalità straordinaria come quella di Evola al noto divino Otelma". Purtroppo, con questa sua prosa, Iacona, senza accorgersene, finisce per fare una spiacevole ironia proprio su Evola (da «La Cittadella» invece difeso contro le volgarità e la malafede di Eco nel n‹ 20) e su una parte rilevante della sua vita, del suo pensiero e della sua opera. I lettori più accorti saranno rimasti sconcertati nel vedere che mi si vogliono dare lezioni su tutt'e tre quegli aspetti ("siamo all'abc") e poi si ignora: 1) che la difesa della parola "Magia" e la sua interpretazione in senso alto (e come "metafisica pratica") sono uno dei cardini del tradizionalismo evoliano in contrapposizione a quello guénoniano; 2) che Evola - certo purtroppo per i cattivi apprendisti maghi caduti nel ridicolo e nel fango, ma anche per Iacona che vuole spiegarci cosa è "evoliano" e cosa non lo è - resta il curatore di un'opera in tre volumi dal titolo Introduzione alla Magia; 2) che "fatterelli e soggetti interessanti" anche sul piano di una magia tutto sommato terra terra su Evola ne sono stati raccontati da persone che non dovevano certo attendere Iacona per capire il "Barone" (B. de Rachewiltz, Uno 'Kshatriya' nell'Età del Lupo, in Testimonianze su Evola, a cura di G. de Turris).

Vengo all'ultimo, ma fondamentale problema, visto che ricorre nel titolo sia del primo che del secondo articolo di Iacona: quello della "paganitas" evoliana e, dunque, del rapporto di Evola col cattolicesimo. Intanto, sono costretto a ripetere ancora una volta che su «La Cittadella» nessun collaboratore - nemmeno D'Uva, che è quello che ha più insistito sull'importanza di Imperialismo pagano - ha mai affermato che questa sia in assoluto l'opera più importante di Evola: affermazione certo non sostenibile sul piano della lettura storico-critica dell'intera opera evoliana. Ciò che si è invece affermato e si continuerà ad affermare è che Evola è stato, dalla giovinezza alla morte, un autore fondamentalmente pagano; il che non toglie che sia esistito - chi l'ha mai negato? - un Evola autore di aperture, anche molto ampie - ora in sede metafisica, ascetica e rituale, ora in sede politico-sociale e storiografica - al cattolicesimo. Tenuto però fuori dalle sue proposte "operative" più importanti, come dimostra lo stesso statuto dell'Ordine della Corona di Ferro, reso noto nel 1973 dalla rivista «Arthos».

Iacona pensa che quello mio e de «La Cittadella» sia un Evola "a una dimensione", ma dovrebbe chiedersi perché mai un Massimo Cacciari (Lo sdoganai per la polemica con Gentile, box del paginone di A. Gnoli, Il sogno di Evola, ne «la Repubblica», 30 marzo 2006) abbia di recente espresso, da un lato un giudizio, in una certa misura coincidente col nostro, riguardo al fatto che l'Evola più profondo e originale è quello che arriva fino al '45 ("Dopo non sarà più all'altezza delle riflessioni precedenti"), dall'altro una valutazione (discutibile quanto si vuole ma significativa) dell'operato spirituale-politico di Evola come "tentativo disperato e vano di collocare il tradizionalismo pagano in una prospettiva di destra". «La Cittadella», in particolare con l'approfondito saggio di G. D'Uva su Il Fascismo pagano di Julius Evola, ha voluto segnalare la complessità, la grandezza e l'influenza duratura di quel tentativo, che non si esaurì certo col giovanile Imperialismo pagano. Ci sarebbe piaciuto se Iacona, ricercatore della Facoltà di Scienze Politiche di Catania, se ne fosse accorto.

Sandro Consolato

[articolo apparso su «Letteratura-Tradizione» n‹ 39, maggio-giugno 2006, p. 22.]

 


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